Ceviche a colazione... il mio primo libro!

29 dicembre 2006

Gesù… chi era costui?

In questi giorni di festa legati al Natale m’è venuta pure voglia di scrivere due (!) righe su Gesù.
Ho detto festa di Natale: dovrei precisare festa di Babbo Natale invero, non certo di Gesù!
La Coca-Cola s’è “inventata” questo personaggio, in realtà “rubandolo” al folklore nordeuropeo, che a sua volta deve Santa Klaus al San Nicolao di Myra della tradizione cristiana orientale, ecc. ecc. (più o meno sappiamo tutti la storia!), e ormai dobbiamo rassegnarci ad avere Babbo Natale tra i miti più diffusi e presenti nella nostra civiltà contemporanea consumista, non solo occidentale!
Certo, Babbo Natale ha usurpato la festa di Gesù bambino!
E non mi venite a dire che non è vero! Al massimo posso accettare il fatto che i due personaggi condividano la festa, tuttavia faccio rilevare a tutti che in ogni caso i bambini, e non solo loro, alla mezzanotte del 24 dicembre non “aspettano” Gesù bambino, bensì Babbo Natale. E credo persino di dire un’ovvietà!
D’altronde il 25 dicembre non è di sicuro il giorno in cui il tal Gesù dev’essere nato.
Questa datazione la dobbiamo sicuramente a Costantino, quando ha di fatto reso il cristianesimo la religione di stato romana, e infatti in quel giorno prima si festeggiavano il Deus Sol Invictus, culto imperiale romano, nonché i più tradizionali e antichi Saturnalia (in verità diluiti in più giorni, a partire dal solstizio d’inverno).
Insomma, il giorno vero della nascita di Gesù penso (e non certo solo io) che non lo sapremo mai.
Ma qui sta il punto: è esistito davvero Gesù?
Gesù è senza dubbio il personaggio su cui si son versati più fiumi d’inchiostro, pittura (e pellicole), nonché sangue, quantomeno negli ultimi duemila anni, ma probabilmente in tutti i tempi.
Su di lui, o meglio sul suo nome, tuttora son pronti a giurare e spergiurare (nonché commettere qualcosa di peggio) milioni di persone, i cosiddetti fedeli, delle varie confessioni cristiane, tra cui ancora primeggia comunque la Chiesa Cattolica.
La cosa che ho sempre trovato “curiosa” è che lui stesso, se dobbiamo dar retta a Matteo (24: 4-5), ha messo in guardia i seguaci contro i molti che sarebbero venuti nel suo nome, con tutto ciò (e qui chiaramente mi ricollego al mio precedente post sulle religioni), la storia delle chiese cristiane è una storia di personaggi più o meno loschi che si sono da sempre arrogati (e continuano a farlo) il diritto a rappresentare Cristo in Terra!
Ma torniamo all’assunto di fondo.
Quando ai miei alunni spiego la nascita del cristianesimo dico loro che, come ogni religione, va affrontata alla maniera cartesiana (o meglio di Averroè, secondo la tesi già esposta nel Tahafut al-tahafut molto prima di Cartesio), con l’occhio dello storico ben distinto da quello del fedele!
Si tratta di un’operazione per la quale un tempo, in Italia e in Occidente in genere, si rischiava seriamente la vita. Ancora oggi, comunque, il rischio che qualche fanatico ti spari in testa non è poi così remoto, senza dimenticare che nei paesi islamici applicare tale procedimento a Maometto, per esempio, vuol dire crearsi dei guai serissimi (Salman Rushdie e tanti altri docent).
In ogni caso, se affrontiamo la vicenda della nascita del cristianesimo con metodo storico, non possiamo fare a meno di rilevare che il Gesù propagandato dalla Chiesa cristiana per tanti secoli NON È MAI ESISTITO!!!
Infatti, già da tempo peraltro, gli storici hanno chiarito per esempio, sulla sola base dei vangeli canonici, che Gesù dovrebbe essere nato il 6 o il 4 a.C. e morto giustiziato nell’aprile del 30 d.C., al tempo della pasqua ebraica, come si sa.
Ciò però vuol dire che il Gesù trentatreenne crocifisso il 33 d.C. sancito categoricamente dalla Chiesa è appunto una bufala!
Dettagli cronologici irrilevanti, direte voi!
E no! Perché in realtà dal punto di vista di un fedele l’età d Cristo è un vero e proprio dogma e come tale indiscutibile, non fosse altro perché è numero multiplo della Trinità.
Se poi si aggiunge che questa età, 33 anni, ha un “valore aggiunto” nell’immaginario collettivo dei fedeli paleocristiani, allora si può spiegare perché la Chiesa ci ha tenuto tanto a fare in modo che “Gesù fosse crocifisso proprio a 33 anni”.
Non credo infatti che siano in molti ad aver notato il fatto che al’età di 33 anni sono invece sicuramente morti due personaggi molto popolari tra il popolino romano e gli schiavi, gli stessi tra cui appunto si diffonderà la religione cristiana.
Si tratta di Alessandro Magno, morto appunto a 33 anni compiuti o quasi per compiere il 10 giugno del 323 a.C. e Spartaco, morto alla stessa età combattendo contro Roma, specificatamente contro Crasso, in Lucania nel 71 a.C.
Che c’entrano, direte voi?
C’entrano, perché, come ho detto, si trattava di due autentici mitici “eroi” dei poveracci, l’uno perché era considerato quasi un superuomo (si usavano medaglioni con la sua effige come veri e propri amuleti) che aveva conquistato il mondo (il mito di Alessandro è tuttora vivo anche in Oriente, specie nel mondo iranico: il grande poeta persiano Nizâmî, nel XII sec., vi aveva dedicato una famosa opera, l’Eskandarname), ma che soprattutto aveva tentato di creare un regno in cui tutti i sudditi fossero eguali (non è proprio così: in realtà voleva applicare a Greci e Macedoni il sistema orientale del “Sovrano Universale”, che è cosa diversa, ma il mito, si sa, trasforma tutto). L’altro, per giunta vissuto appena 130 anni prima della diffusione del cristianesimo a Roma, era appunto ancora caro nel ricordo in particolar modo degli schiavi, per cui era considerato un vero e proprio martire, dal momento che aveva guidato una famosa rivolta servile che ha fatto seriamente preoccupare il Senato e che è giustamente considerata uno degli episodi che hanno favorito la fine della Respublica soppiantata dal principato.
Se poi, come sanno tutti quelli che hanno visto il celebre film di Kubrik (tratto dal romanzo di Howard Fast), aggiungiamo che si credeva che Spartaco fosse anche lui, prima di Cristo, morto sulla croce, allora non si può fare a meno di dedurre che per il popolino, semplice, ma bramoso di speranze e di fede in un futuro migliore per poter andare avanti, vessato com’era dai domini arroganti e violenti, quel Cristo di cui parlavano i predicatori giudei, Pietro e Paolo, doveva essere una sorta di riedizione del loro mito.
In realtà le fonti ci dicono che il corpo di Spartaco non fu mai ritrovato dopo la battaglia finale presso il fiume Sele, quindi non si ha la prova che sia stato tra quei 6000 (!) schiavi prigionieri che Crasso ha fatto crocifiggere lungo la via Appia tra Capua e Roma a solenne e orribile monito contro ulteriori velleità di ribellione degli schiavi!
Ma ovviamente la suggestione deve essere stata forte!
A maggior ragione va quindi ribadito che l’età ufficiale di Cristo, al momento della morte, deve essere stata influenzata da quella, reale, di questi due personaggi tanto popolari!
E qui s’innesta però la questione fondamentale!
Il cristianesimo, quello che poi prevalse, a quell’epoca e in quel determinato luogo, cioè intorno al 60 d.C. a Roma soprattutto, ma anche nelle principali metropoli dell’impero, era già qualcosa di molto diverso rispetto all’originale. Si era già affermata la cosiddetta svolta paulina, come la chiamano gli storici.
Saul di Tarso, cioè, noto anche con il nome romano di Paolo (era infatti un civis, un cittadino romano), aveva fatto “uscire” il nuovo credo dai ristretti confini dell’ebraismo, dove era sorto e aveva avuto un preciso senso, per farla diventare una religione per tutti, anche e soprattutto per i goyim, i gentili, cioè i non ebrei dell’impero, specie i diseredati, gli schiavi, i vessati: quanti cioè volevano riscatto e dignità, nonché potere.
I “sovversivi”, insomma: quanti aspiravano a cambiare la sovrastruttura dell’impero, processo che ebbe finalmente successo, dopo intenso conflitto, nel IV secolo grazie a Costantino appunto, laddove peraltro gli strascichi di tale conflitto sono durati ancora a lungo.
A questo punto non riesco proprio a fare a meno di inserire il testo di una irriverente vecchia canzone del famoso gruppo hardcore punk americano dei Dead Kenendys:

Jesus Was A Terrorist

Jesus was a terrorist
Enemy of the state
That's what the Romans labeled him
So he was put to death
He died for his beliefs
What's changed today?
Today bible-thumping cannibals
Reap money from his name
Buy cable networks & power
With old ladies' checks
If Jesus saw Pat Robertson
What do you think he'd say?
Tax-free they re-write our laws
And sick 'em on you
Women don't control their bodies
TV preachers do
Censor everything from bathing suits
To science books
From the schoolroom to the bedroom
They want our thoughts - or else
They treat us like the Romans
Used to treat the Christians
Even some churchgoing folks are scared
Modern catacombs of fear
Built with money, power and threats
Rock'n'roll is labeled porn
Sell a record, you're under arrest
Instead of fighting AIDS
They try to stop us having sex
They brag that they won't quit
Til they take dominion over our lives
Is freedom of speech such a terrorist act
Is spiritual peace such a satanic threat
Believe what you want
But we'll fight to keep
Out heads from being cemented in your sand.

Hehehe… non sono riuscito a resistere alla tentazione perché il testo è assolutamente in sintonia con le mie osservazioni. Ma per ora mi limito a buttarlo lì, in seguito semmai lo commento nello specifico.
Ora, tornando ai nostri paleocristiani “romani”, che arma avevano per fronteggiare l’apparato di potere dei Romani, onde rivendicare, come detto, riscatto e dignità, nonché spazi di potere?
Da tempo gli storici hanno chiarito che la loro principale “arma” contro il tradizionale potere romano è stato il MARTIRIO!
Prima ho detto che tra i poveracci di Roma era diffuso il mito di Spartaco, schiavo che aveva fatto tremare Roma e che era morto per la libertà e la dignità umana, forse sulla croce come Cristo. Così almeno si credeva.
Il carattere di ideologia delle masse diseredate e vilipese contro l’arrogante potere di Roma è fin troppo palese e noto nei paleocristiani, in sicuro contrasto tra l’altro, come è stato messo in evidenza, con altre visioni cristiane meno populiste e più spirituali. Come gli gnostici, osteggiati dai “pietropaolini” perché concorrenti e in seguito, una volta preso il potere, bollati e perseguitati come eretici, i loro libri, come l’ormai celebre e illuminante Vangelo di Giuda, distrutti e boicottati come apocrifi. E si noti bene che apocrifi è una parola greca che non vuol dire “falsi, non autentici”, come molti credono, bensì “segreti, nascosti, occulti”, come se fosse ben chiaro ai paleocristiani che celassero verità che però non dovessero essere divulgate alle masse perché in contrasto con l’mmagine politico-ideologica della nascente Chiesa al potere, basata appunto sul martirio e quindi su una rigida morale/disciplina, sessuofoba e algofila (o masochista, se preferite!), altroché crescita spirituale!.
Non mi dilungo ora su come il successo di questa corrente cristiana a Roma abbia poi generato un archetipo/prototipo storico sulla base del quale si sono modellati in seguito tanti altri “movimenti” ideologico-religiosi: ai nostri giorni, per esempio, l’islam dei cosiddetti kamikaze e del governo iraniano.
Ma, per riprendere l’argomento del titolo, i paleocistiani pietropaolini, ripeto, erano in oceanico contrasto anche con l’immagine del Gesù storico, e ora spiego perché.
In comune, il presunto iniziatore del cristianesimo e i suoi tardi seguaci pietropaolini avevano l’astio contro Roma. Ma in Gesù/Ieshuah non fu il carattere primario come tra i pietropaolini.
Come è stato da tempo messo in evidenza, quanto si trae dai vangeli cosiddetti canonici e dalle altre fonti è in perfetta sintonia con l’operato di un rabbih fariseo (perush), nazir o nazoreo, cioè un “puro”, un mistico, in conflitto con i farisei “corrotti” e i sadducei (zeduqim, che controllavano il potere) materialisti del sinedrio (sanhedrin) collaborazionista. Era sicuramente di famiglia ricca e benestante – altroché povero falegname! – che gli ha permesso un’istruzione curata e in linea con la tradizione ebraica più “indipendentista” e misticheggiante, ma in senso politico (come sono Hamas e gli Hezbollah oggi, per intenderci). Divenne il leader del “partito” guidato dal cugino Iohanan/Giovanni detto il Battista, dopo la sua eliminazione da parte di Erode Antipa il Tetrarca.
Iohanan avrebbe divulgato tra il popolo, proprio con intento politico, il rituale purificatorio esseno del battesimo (ma cfr. http://www.imninalu.net/popoloeletto4.htm per una diversa e probabilmente più corretta lettura).
Gli esseni (zenuim, molto prossimi ai farisei “puri”, entrambi ramificazioni dei hasidim), com’è stato ampiamente rilevato, avevano molto a che fare con Ieshuah e la sua predicazione: tanta dottrina cristiana è tratta quasi pari pari da quella essena rivelata dai cosiddetti manoscritti del Mar Morto. Se poi si accetta, come molti studiosi fanno (e come vuole il celebre romanzo di Dan Brown), che Maria Maddalena fosse la moglie di Ieshuah (sposata forse in occasione delle “nozze di Cana”, in cui la madre di Gesù è infatti troppo preoccupata per la carenza di vino in una festa di nozze in cui è solo un’invitata! Del resto sposarsi era cosa assolutamente normale e praticamente obbligatoria per un ebreo che non avesse scelto il cenobio come appunto gli esseni praticanti), è sin troppo intrigante la sua identificazione, già operata da tempo, con Salamsion figlia di Shimon l’Esseno! Il nome Maria Maddalena, peraltro, non deriverebbe da Maryam della città di Magdala, come si credeva, ma da un’espressione aramaica (Merí Magaleod, se non ricordo male) che vuol dire “prima tra i discepoli”, o qualcosa del genere.
Tutte le conseguenze relative e le ricostruzioni addirittura della presunta discendenza di Ieshuah non le ritengo rilevanti. Semmai, l’unica cosa veramente interessante è il fatto che Maria Maddalena potrebbe essere stata, come molti vogliono, la leader (o una dei leader) dei seguaci più spirituali e mistici (da cui sarebbero derivati gli gnostici e affini) del marito Rabbih Ieshuah, in contrasto con i più “politici” guidati da Pietro, più tardi con il determinante contributo del dotto e romanizzato Paolo.
Ora, quel che è invece più importante rilevare è che a un certo punto Ieshuah tentò di realizzare un preciso progetto politico che prevedeva la strumentalizzazione delle masse popolari giudee: doveva dimostrare che era il messia (mashiach) profetizzato dai vari Isaia, Geremia, Zaccaria ecc., il quale, intendiamoci bene, non ha molto a che vedere con l’immagine del Cristo della Chiesa, ma è piuttosto un vero e proprio leader politico che avrebbe dovuto riportare il popolo di Israele all’indipendenza e alla gloria del regno di David e Salomone.
Per essere creduto come mashiach, ruolo a cui non fu il solo ad aspirare a quei tempi e anche in tempi successivi, doveva evidenziare pubblicamente precisi requisiti, quelli appunto riportati nelle profezie:

  • doveva essere figlio di una vergine (requisito tra i più difficili da dimostrare, dal momento peraltro che sua madre, dopo di lui, sembra aver partorito altri quattro maschi e due femmine!);
    doveva essere nato a Betlehem come il suo presunto progenitore David;
    doveva scampare, neonato, al “massacro degli innocenti”;
    doveva essere fuggito in Egitto;
    doveva saper compiere miracoli;
    doveva entrare a Gerusalemme cavalcando un asino;
    doveva essere venduto per trenta monete d’argento;
    doveva essere tradito da uno che avrebbe mangiato alla sua stessa tavola con lui;
    doveva essere abbandonato dai suoi discepoli al momento della “passione”;
    doveva essere schernito, battuto, ingiuriato con sputi, flagellato, coronato di spine;
    doveva bere fiele e aceto;
    doveva risultare che si sarebbero spartiti le sue vesti tirandole a sorte;
    doveva risultare che le sue mani e i suoi piedi sarebbero stati trafitti da chiodi;
    doveva morire tra i malfattori;
    doveva soffrire paziente come un agnello;
    doveva pregare per i suoi nemici;
    doveva morire volontariamente come capro espiatorio (agnello di Dio) del popolo;
    doveva risultare che un ricco avrebbe provveduto alla sua sepoltura in un glorioso sepolcro;
    doveva risultare che Il suo corpo non avrebbe subito putrefazione e sarebbe risorto al terzo giorno;
    doveva ritornare al cielo e sedere alla destra di Dio, mentre la sua dottrina si sarebbe diffusa da Gerusalemme e dal Monte Sion per tutto il mondo.

Insomma, mica era (ed è) facile riuscire a essere creduto il Messia!!
Lui ci tentò aiutato anche da personaggi potenti, tra i quali i membri del sinedrio Ioseph di Arimatea (quello che gli fornisce il sepolcro) e Nicodemo sono i soli a essere stati tramandati.
Lo scopo era di strappare il potere in sinedrio ai farisei “corrotti” e soprattutto ai sadducei, guidati dalle figure prestigiose di Kayafa e di suo suocero Annas, i quali, naturalmente, conoscevano molto bene le profezie.
Il famoso attacco ai mercanti del Tempio rientra in questa logica, dal momento che i banchi dei cambiavalute presenti nella spianata del Tempio erano la maggior fonte di introiti dei sadducei. Senza dimenticare i tanti episodi in cui Ieshuah ridicolizza ed umilia pubblicamente per la loro decadenza i farisei e gli scribi membri del Sinedrio, da lui definiti con la famosa e potente metafora di sepolcri imbiancati.
Insomma, tutto l’operato di rabbih Ieshuah, coadiuvato da seguaci e alleati pubblici e segreti, è finalizzato a rispondere ai requisiti delle profezie per essere riconosciuto mashiach, sollevare il popolo contro l’élite al potere in sinedrio e quindi, probabilmente, tentare la rivolta contro i Romani, cosa che peraltro si verificherà 36 anni dopo e verrà ritentata nel 133.
Anche la sua “morte” è preparata nei dettagli, compresa la probabile corruzione delle guardie e del famoso centurione Longino.
Tutto questo secondo una ricostruzione razionale e contestuale di alcuni studiosi, confluita tra l’altro nel romanzo di Stephen Dando-Collins The Inquest [in it. L’inviato].
Si tratta comunque di un fine evidentemente molto diverso e più contingente rispetto a quello dei successivi paleocristiani “pietropaolini”.
Perché non ha avuto successo?
L’opposizione degli scaltri Kayafa e Annas sicuramente è stata efficace, con l’aiuto del sannita Ponzio Pilato, il cui gesto di “lavarsene le mani” va quindi riletto: evidentemente aveva capito che se avesse fatto finta di intervenire il meno possibile nella disputa “tra ebrei”, evitando quindi di fomentare il già acceso astio giudeo contro i Romani, i due marpioni a capo del sinedrio avrebbero avuto facile gioco a presentare Ieshuah di fronte al popolo come un usurpatore, tant’è vero che gli ebrei scelsero Barabba da salvare per il giorno di Pesach, per quanto questo esito seguisse comunque la trama dello stesso Ieshuah e dei suoi seguaci/alleati.
Naturalmente doveva essere tolto dalla croce prima della morte reale: potrebbe avere ingerito una droga (mirra?) che gli ha fatto perdere gradualmente i sensi sino a procurargli uno stato di morte apparente. Poco prima di svenire ha pronunciato la famosa frase “Dio, Dio, perché m’hai abbandonato?” (“Eli Eli Lama sabachthani” in aramaico), che peraltro, ben lungi dallìessere originale, è il primo verso del salmo 22. Probabilmente si trattava di una sorta di segnale in codice: a quel punto il legionario corrotto doveva praticargli la ferita superficiale al costato e dichiararne la morte anziché spezzargli le gambe per procurarglela, come fece con i due “ladroni”. Tutto il resto… di conseguenza.
Dopo essere stato medicato e fatto “risorgere”, nel momento in cui non si era riusciti a guadagnare il popolo né tanto meno a scalzare il potere del sinedrio (la “dinastia” di Annas finirà proprio con la rivolta del 66), evidentemente Ieshuah venne fatto sparire, allontanare: troppo pericoloso per lui rimanere in Giudea e troppo imbarazzante per i suoi alleati.
Le ipotesi sono tante, a parte quella ufficiale dell’ascensione in cielo.
Ma una tra le più interessanti si basa su un’antica tradizione buddhista e poi islamica che lo vuole emigrato in Kashmir, dove tuttora, a quanto pare, si può visitare il Roza Bol, cioè la tomba di Isa-Masih (variante locale di Ieshuah ha Mashiach), a Mahala Kan Yar, distretto della capitale Srinagar.
Se infatti colleghiamo questa tradizione all’affascinante quanto documentata tesi dell’illustre storico delle religioni (e dei manoscritti del Mar Morto) Dupont-Sommer, secondo cui gli esseni nacquero nel III sec. a.C. in seguito alla diretta influenza dei missionari buddhisti di Aśoka, è assolutamente verosimilie che si siano mantenuti dei contatti vitali tra le due comunità religiose. Rimando ai vari libri scritti sulla questione per un approfondimento, per esempio quelli di Hassnain e di Kersten.
Mi preme invece tornare ai paleocristiani.
Vistisi senza più guida, i primi seguaci, la maggior parte dei quali non dovevano conoscere i dettagli dell’”intrigo” (il Vangelo di Giuda, in questo senso, è illuminante), in gran parte rimasero sicuramente risucchiati dal conflitto interno giudaico e dalla rivolta contro Roma.
D’altra parte molti di loro è stato accertato che erano zeloti.
Un gruppo consistente deve essere confluito appunto nella gnosi, del resto ben più antica di Ieshuah, laddove gnosis altro non è che la traduzione greca della parola ebraica chokhmah, che a sua volta affondava le sue radici filosofiche nella cultura mistico-religiosa mesopotamica.
Un altro gruppo, guidato da Kefa/Pietro, ha continuato a fare proselitismo, sulla base in particolare delle istanze di riscatto sociale, vagamente egualitarie e soteriologiche.
Ma c’è voluta la conversione del già citato Saul/Paolo per arrivare alla svolta.
Nato a Tarso, in Cilicia, intorno al 5 a.C., lui stesso racconta: “Io sono israelita del seme di Adamo, della tribù di Beniamino" (Rom. 11, 1), "circonciso all'ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo secondo la legge" (Phil. 3, 5). Come ben si sa, era inizialmente dalla parte di Kayafa e Annas e prese parte, dopo la crocifissione di Ieshuah, alla repressione dei suoi seguaci, in particolare alla lapidazione di Stefano, il cosiddetto protomartire. Incaricato dal sinedrio di recarsi a Damasco (che alcuni hanno ipotizzato non fosse la città siriana, bensì un’omonima città essena della Giudea o della Galilea, forse, addirittura, l’antico nome di Qumran) ad imprigionarne i cristiani, soffrì la famosa “folgorazione”, seguita dalla successiva conversione. Ben presto divenne il più importante apostolo, perché era dotato di una cultura notevole, sia ebraica sia ellenistica, che lo mise subito in risalto.
Ma quel che lo distinse e lo impose fu la convinta applicazione del cosiddetto concetto della metanoia, l'apertura della fede ai pagani, senza per questi l’obbligo di circoncidersi., come affermò al Concilio di Gerusalemme intorno al 50.
Dietro a questa apertura ai pagani, ai Romani e ai loro sudditi, c’è senz’altro già allora anche la volontà di contrastare il potere di Roma, basato invece sulla forza e l’arrogante prevaricazione della sua classe dirigente. Volontà ancor più accesa quando entrambi i leader carismatici, Pietro e Paolo, si recheranno a Roma dove saranno “maritrizzati” nel 67, evento che sicuramente hanno cercato, in età ormai avanzata, per dare l’esempio ai seguaci che, per giunta, erano già oggetto delle prime persecuzioni mirate neroniane, perché i Romani avevano capito sin da subito la pericolosità del messaggio sociale cristiano, un po’ meno l’efficacia del loro strumento di propaganda, il martirio appunto, che impressionò sempre più coscienze, specie tra i poveracci, ma anche tra alcuni membri della classe senatoriale, del resto già intrisa di stoicismo ed epicureismo.
La differenza notevole, però, rispetto al progetto iniziale, era ormai non più l’indipendenza giudaica, che importava poco ai cristiani ormai perlopiù di origine non ebraica e già, forse, tendenzialmente antisemiti, non fosse altro che per desiderio di distinguersi da chi si riteneva non avesse accettato il messia, pur avendone avuto l’opportunità.
Lo scopo, stavolta, era demolire le fondamenta del potere di Roma e sostituirsi a esso!
L’azione politica del resto è assai chiara, per esempio nei cosiddetti polemisti dei secc. II-III tra cui spicca Tertulliano. Ma anche gli altri cosiddetti padri della chiesa fanno una politica caratterizzata da un rigido moralismo, la strumentalizzazione e l’enfatizzazione del dolore e della repressione sessuale, il martirio. Emerge qualcuno un po’ più mistico, per esempio Agostino (comunque più tardo: IV-V secc.), ma tutti comunque sono impegnati in lotte politiche senza risparmio di colpi contro autorità pagane, concorrenti “eretici” e di altre religioni di peso come il mitraismo e il manicheismo.
Quando Costantino, per convenienza politica, rende di fatto il cristianesimo religione di stato romana, atto dovuto nel momento in cui s’era appoggiato ai cristiani in occasione della battaglia decisiva di Ponte Milvio, presso i Saxa Rubra (sulla via Flaminia, alle porte di Roma, dove oggi c’è la sede centrale della RAI), contro il rivale Massenzio (che invece s’era appoggiato ai mitraici), il 28 ottobre 312, allora si può dire che si realizza il progetto di Paolo e Pietro, laddove però s’impone a maggior ragione una svolta politica. Al Concilio di Nicea del 325, presieduto da Costantino stesso, l’imperatore romano detta i dogmi della Chiesa di Stato e promuove l’epurazione violenta di quei gruppi cristiani ancora antiromani o troppo eterodossi, gli “eretici”, appunto.
Il “lupo romano” era insomma rimasto sostanzialmente lo stesso, solo si era adeguato ai tempi e alle “nuove” sovrastrutture, curiosamente e quasi beffardamente, direi, basate sulla dottrina, ormai molto stravolta come la sua immagine, di un nemico di Roma, un sovversivo, un “terrorista”, giustiziato sulla croce come tale (senza dimenticare l’importante precedente di Spartaco!).
Se avesse vinto Massenzio, probabilmente si sarebbe imposto il mitraismo, chissà (con i se e con i ma, la storia non si fa)!
Concludo, finalmente e sul serio, ricordando come Sir Edward Gibbon, nel suo epocale The History of the Decline and Fall of the Roman Empire (1776-1788), accusa il cristianesimo di aver prodotto e determinato la crisi di Roma.
Si tratta di una tesi ormai superata, che si deve all’anticlericalismo, al materialismo borghese e allo scetticismo illuminista di moda ai suoi tempi.
Rimanda però all’ultimo strascico di conflitto tra tradizionalisti pagani e rampanti cristiani in atto durante l’ormai tardo impero d’Occidente: Rutilio Namaziano, per esempio, nel suo De Reditu scritto 6-7 anni dopo il sacco di Roma da parte dei Visigoti di Alarico (410), accusa in pratica i cristiani di essere perlomeno inerti di fronte alla catastrofe di Roma, perché vegetano come dei morti viventi a causa della rinuncia alla vita autoimpostasi in ossequio al loro credo. Si lascia andare a una nostalgica rievocazione dei mitici tempi antichi e della gloria di Roma, mettendo genialmente in rilievo come tunc mutabantur corpora, nunc animi, “allora si trasformavano i corpi (riferimento a Circe), ora gli animi”!
Il Cristianesimo ha infatti affermato non solo una nuova morale astratta, ma anche un diverso approccio alla vita, molto cerebrale e spesso alienante, specie nel momento in cui è degenerato nell’algofilia, cioè nella cultura del dolore, nella mortificazione della carne, nel disprezzo per la vita terrena rispetto alla “vera vita” celeste, con tutte le conseguenze e le implicazioni terribili ancor oggi molto vtali, anche e soprattutto negli epigoni e emuli musulmani.
È necessario un definitivo superamento. Solo l’approccio storico può permetterlo.

26 dicembre 2006

Mister No & Dago

Voglio dedicare quest’altro mio post a due personaggi dei fumetti che mi sono particolarmente cari: Mister No e Dago, appunto.
Per quanto non possa dire che ne sia un collezionista assiduo, ne sono sicuramente un lettore appassionato… e cercherò di spiegarne il perché e perché, soprattutto, ho deciso di scriverne qui.
Ma prima mi è doveroso che io li presenti sinteticamente, per chi non li conosce.
Mister No

“Mister No è il soprannome di Jerry Drake, un pilota nord-americano che vive le sue avventure a Manaus, in Amazzonia, negli anni Cinquanta.”
Questa primissima riga l’ho copiata dalla “biografia ufficiale” che si trova nel sito http://www.sergiobonellieditore.it/
Mister No è infatti una delle creature del patròn del fumetto italiano Sergio Bonelli, quella a cui sarebbe più affezionato, come ha scritto una volta.
E non stento a crederlo!
Saccheggio ancora dalla citata biografia ufficiale:
“Mister No è un uomo onesto e coraggioso, sempre pronto a schierarsi dalla parte dei più deboli, senza atteggiarsi a eroe spaccamontagne.
[…]
La sua abitudine di dire "no" a quello che non gli piace… "no" alla disciplina ottusa richiesta dalle gerarchie militari e alla folle violenza di tutte le guerre; "no" all'ipocrisia e al conformismo della cosiddetta società civile; "no" alle prepotenze dei forti contro i deboli, a qualsiasi latitudine è il suo tratto più caratteristico ed è anche il leit-motiv di tante sue avventure.
[…]
Mister No non vuole guai (o dice di non volerne); lui sa cosa significa rischiare la pelle... Ma questi rifiuti non sono mai definitivi: inevitabilmente succede qualcosa che lo costringe a rimettersi in gioco per aiutare gli altri. Mister No è impulsivo e passionale, agisce quasi sempre spinto dalla pressione emotiva, ma dietro la sua rabbia c'è sempre un impulso morale: Mister No non accetta le ingiustizie del mondo, anche quando corrispondono alla "logica delle cose".
Mister No ha un temperamento allegro e scanzonato. Gli piace passare le serate al bar con gli amici, bevendo fiumi di alcol (soprattutto whisky e bourbon, ma in Brasile spesso deve accontentarsi della cachaça, il tipico liquore locale ricavato dalla fermentazione della canna da zucchero) e fumando sigarette senza preoccuparsi troppo della salute, che peraltro è ottima. Gli piace uscire con ragazze sempre diverse e spesso le porta a ballare, soprattutto il samba, ma anche il boogie woogie e il rock'n'roll che vengono dal suo paese d'origine e caratterizzano l'epoca delle sue avventure. È appassionato di musica jazz: "Body and Soul" è la colonna sonora dei suoi momenti romantici, quando è di buonumore canticchia "When the Saints Go Marchin' in".”
Insomma un ribelle e un bastiancontrario, come è definito in altre sue biografie bonelliane, laddove il suo No è gridato e concretizzato soprattutto contro i prepotenti, i violenti, la follia della guerra, ma anche i falsi miti del nostro tempo, cioè il denaro e il progresso, il perbenismo e il benessere. È un eroe “beat” (e infatti in una delle sue avventure incontra Jack Kerouac), o meglio vorrebbe esserlo quando “fugge” nella foresta amazzonica alla ricerca di semplicità, pace e natura incontaminata, ma non riesce a star lontano dai guai, perché l’ingiustizia incombe ovunque e lui proprio non riesce a sopportarla.
“Un uomo che ha rifiutato tutto ma non la gioia di vivere. E che comunque porta sul braccio il disegno di un quadrifoglio, simbolo di una fortuna da inseguire sempre, anche se forse non si raggiungerà mai”.
Una sua famosa frase che mi è rimasta impressa è: “Io non sono curioso per natura, ma mi piace capire come ragionano gli altri”!
Ho bisogno di aggiungere altro? Credo di no.

Passiamo a
Dago

Su Dago non ho trovato un sito ufficiale, quindi scartabello qui e là, elaborando di mio.
Dago è un eroe del fumetto inventato dal prolifico sceneggiatore paraguayano Robin Wood (alias Robert O'Neil, Noel Mac Leod, Roberto Monti, Carlos Ruiz, Mateo Fussari) e disegnato da Alberto Salinas.
La sua “storia” ci rivela che era un nobile veneziano di nome Cesare Renzi, della prima metà del XVI secolo, l’epoca del Rinascimento, ma anche della sua fine, della riforma protestante e delle guerre di religione in Europa, del conflitto di civiltà contro l’impero ottomano. La sua famiglia è accusata di tradimento e assassinata per motivi politici da un gruppo di congiurati veneziani e ottomani, lui riesce a salvarsi perché ritenuto morto, ma è recuperato in acqua da una nave ottomana che lo cattura come schiavo.
Dato che al momento del ritrovamento il giovane ha una daga conficcatagli nella schiena da quello che credeva il suo migliore amico, gli viene assegnato dal capitano turco il suo nuovo nome di schiavo proprio ispirato dall’arma fellona.
Dopo un primo periodo in schiavitù contornato da varie avventure, riesce ad entrare nel corpo scelto dei giannizzeri, premio e punizione per aver salvato la vita al famoso Khayr al-Dīn Barbarossa, all’epoca bey di Algeri e ammiraglio della flotta ottomana, in quanto tale uomo più potente del Mediterraneo.
Nell’élite dell’esercito ottomano gli viene dato il soprannome di "giannizzero nero", per via del colore dei suoi abiti, diverso da quello dei compagni, che indossano divise bianche.
Da nobile devoto alla bella vita diventa ben presto un uomo duro e forte, si allena spesso con la spada coltivando la sua grande abilità che già possedeva ai tempi in cui viveva a Venezia. Non si tratta di un eroe "buono" nel senso più generico del termine. Le vicende luttuose della sua giovinezza lo hanno segnato, così come il lungo periodo di schiavitù. Dago afferma spesso di vivere solo per ottenere un giorno la sua vendetta. Affronta quindi l'esistenza con l'ironico distacco di chi non ha più nulla da perdere. È tuttavia molto sensibile nei confronti degli umili e bisognosi, avendone condiviso il destino, e ama prendersi gioco dei potenti in ogni possibile occasione. Conosce nuove donne quasi in ogni episodio, ma non si ferma quasi mai nello stesso posto a lungo, per evitare vendette dei suoi molti nemici su persone a lui care. Ha numerosi figli sparsi per il mondo in seguito alle sue brevi storie d'amore, ma raramente riesce a vederne uno.
Come giannizzero nero e rinnegato Dago si trova a combattere quasi tutte le guerre europee, a volte per un esercito, a volte per un altro, a volte come eroe super partes, anche in episodi isolati, potremmo dire di cronaca.
Partecipa all'assedio di Vienna e alla conquista di Tunisi, tenta di impedire il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi, conosce Leonardo Da Vinci (o meglio il suo assistente), Machiavelli, Benvenuto Cellini, Nostradamus, Paracelso, Cortez, perfino il Conte Dracula così come numerosi papi e sovrani, tra i quali Clemente VII, Enrico VIII, Francesco I e Carlo V.
La cura nella ricostruzione storica, dei paesaggi e dei costumi dell'epoca, è certo uno dei tratti più affascinanti del fumetto.
Insomma, è un eroe che subisce una grave ingiustizia, per cui giura vendetta, dalla quale però non è acciecato, tant’è vero che, quando a Roma, durante il sacco dei Lanzichenecchi, ha l’occasione di incontrare le donne (moglie e figlia) del patrizio veneziano che ha tradito suo padre e fatto assassinare tutta la sua famiglia, non si lascia andare a una rivalsa su di loro, anzi le salva.
Sa bene infatti che se si lasciasse andare alla cieca vendetta contro gli innocenti e i più deboli, si macchierebbe anche lui di ingiustizia e ne sarebbe vinto. Lui invece la combatte, contro tutto e tutti.
È un guerriero formidabile, ma odia la guerra, specie quando i deboli ne sono vittime innocenti, di qualsiasi colore, lingua o religione siano.
Il fatto di essere un “rinnegato”, cioè un “occidentale” diventato “orientale”, gli permette di osservare e ragionare a partire da più punti di vista, con un orizzonte di vedute e una capacità di comprensione e di umanità che lo rende impagabile!

In conclusione devo spiegare perché ho deciso di dedicare un post a questi personaggi immaginari, letterari di fumetto, laddove il perché ne sia appassionato credo si evinca facilmente dalle presentazioni che ne ho fatto.
Mister No e Dago sono gli archetipi (per una definizione di archetipo vi rimando a wikipedia dove mi sembra fatta bene) che più amo e che più dovrebbero essere amati ai nostri tempi, secondo me.
Infatti rappresentano il coraggio dell’umanità a 360°, senza pregiudizi e prevaricazione, che anzi sono da loro combattuti e sviliti come meritano, senza “alti” principi declamati, che si rivelano sempre ipocriti, ma caratterizzati da un profondo e spesso tacito senso di solidarietà e rispetto per gli altri, specie i più deboli.
Sono eroi multiculturali, come il nostro mondo, come l’umanità è sempre stata aldilà del grande inganno delle ideologie, dei nazionalismi e delle religioni, che servono solo a discriminare e a fornire pretesti alle manifestazioni di odio represso.
Sono grandi maestri di vita, perché la vita la vivono pienamente, perché nonostante tutto è degna di essere vissuta e nessuno può e deve negare questa fondamentale verità.

24 dicembre 2006

Apocalisse?

Voglio riportare per intero un articolo uscito qualche giorno fa sul Corriere della Sera, in seguito lo commenterò a parte:
L' Incubo del Giorno del Secondo Olocausto
Un bel giorno, quando meno ce lo aspetteremo, i mullah di Qom convocheranno una seduta segreta, sulla quale campeggeranno gli occhi di ghiaccio dell' ayatollah Khomeini, per dare il placet ad Ahmadinejad. Allora per Israele sarà la fine.
Il secondo Olocausto non sarà come il primo. Certo, anche i nazisti ordirono uno sterminio di massa. Ma, in qualche modo, avevano un contatto diretto con le vittime. Che disumanizzavano, dopo mesi, anni di atroce degradazione fisica e morale, prima dell' uccisione vera e propria. Ma con cui avevano pur sempre stabilito un contatto fisico: vedevano, sentivano, talvolta toccavano le loro vittime. I tedeschi - e i loro alleati - rastrellavano uomini, donne e bambini, per poi trascinarli e randellarli lungo le strade, freddarli nel bosco più vicino o scaraventarli e stiparli nei vagoni di un treno, da cui iniziava il viaggio verso i campi di sterminio, dove «Il lavoro rende liberi». Separavano gli individui di costituzione robusta da quelli completamente inutili, che adescavano nelle «docce» attraverso cui veniva pompato il gas; estraevano o presiedevano alla rimozione dei corpi e preparavano, infine, le «docce» per il plotone successivo.
CRISI - Il secondo Olocausto sarà ben diverso. Un bel giorno, tempo cinque o dieci anni, magari nel pieno di una crisi regionale, o quando meno ce lo aspetteremo, un giorno o un anno o cinque anni dopo che l' Iran si sarà dotato della Bomba, i mullah di Qom convocheranno una seduta segreta, sulla quale campeggerà il ritratto dell' ayatollah Khomeini, con i suoi occhi di ghiaccio, per dare il placet al presidente Ahmadinejad, giunto oramai al secondo o al terzo mandato. Tutti i comandi saranno eseguiti, i missili Shihab-3 e 4 saranno lanciati verso Tel Aviv, Beersheba, Haifa, Gerusalemme e, probabilmente, anche contro alcuni campi militari, comprese le sei basi aeree e missilistiche nucleari (o presunte tali) di Israele. Qualche missile sarà dotato di testata nucleare, in qualche caso addirittura multipla. Altri saranno di tipo standard, muniti solamente di agenti chimici o batteriologici, o stipati di vecchi giornali, per scalzare o spiazzare le batterie anti-missilistiche e le unità dell' esercito israeliano. Per un Paese delle dimensioni e la conformazione di Israele (una striscia di terra oblunga di circa 21 mila chilometri quadrati), quattro o cinque lanci saranno probabilmente sufficienti. E addio Israele. Un milione o più di israeliani, nelle maggiori aree di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme, periranno sul colpo. Milioni saranno gravemente irradiati. Israele conta sette milioni di abitanti circa. Nessun iraniano vedrà né toccherà alcun israeliano. Tutto si svolgerà in modo molto impersonale.
DANNI COLLATERALI - Ci saranno inevitabilmente anche morti di nazionalità araba. Circa 1,3 milioni di abitanti di Israele sono arabi e altri 3,5 milioni vivono nelle aree ancora in parte occupate della Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Gerusalemme, Tel Aviv, Jaffa e Haifa contano nutrite minoranze arabe. E attorno a Gerusalemme (vedi El Bireh, vicino a Ramallah, Bir Zeit e Betlemme) e Haifa sorgono vaste aree a densa popolazione araba. Anche qui saranno in moltissimi a morire, sul colpo o poco a poco. È improbabile che un simile massacro nei confronti dei correligionari musulmani possa turbare Ahmadinejad e i mullah. Gli iraniani non amano particolarmente gli arabi, soprattutto i sunniti, contro cui, per secoli, hanno combattuto a intermittenza. E nutrono particolare disprezzo per i palestinesi sunniti che, in fin dei conti, pur essendo inizialmente dieci volte più numerosi degli ebrei, nel corso di un conflitto che si è protratto per anni non sono riusciti a impedire loro di fondare lo Stato ebraico, né di prendere possesso di tutta la Palestina. Di più, i leader iraniani considerano la distruzione di Israele come un supremo comando divino, l' araldo della Seconda Venuta, e la morte collaterale degli islamici come il sacrificio di shuhada (martiri) sull' altare di una causa nobile. In ogni caso, il popolo palestinese, sparso un po' in tutto il mondo, sopravviverà, assieme alla grande nazione araba di cui è parte integrante. E va da sé che, per liberarsi dello Stato ebraico, gli arabi devono essere pronti a qualche sacrificio. E il gioco, considerandolo nel bilancio generale, vale la candela. Ma un' altra questione potrebbe essere sollevata nel corso di queste consulte: e Gerusalemme? La città, infatti, ospita due dei luoghi più sacri dell' Islam (dopo la Mecca e Medina): le moschee di Al Aqsa e di Omar. Con ogni probabilità, però, la suprema guida spirituale Ali Khamenei e Ahmadinejad darebbero a questa domanda la stessa risposta che sfoggerebbero per il più generale problema della distruzione e dell' inquinamento radioattivo dell' intera Palestina: la città e la terra, per grazia di Dio, in venti, cinquanta anni al massimo torneranno come prima. E saranno restituite all' Islam (e agli arabi). Senza la benché minima traccia di contaminazioni radioattive.
RISCHIO CALCOLATO - A giudicare dai continui riferimenti, da parte di Ahmadinejad, alla Palestina e all' urgenza di distruggere Israele, e dalla negazione, di cui si è fatto portavoce, del primo Olocausto, si direbbe che l' uomo sia ossessionato. Tratto che condivide con i mullah: entrambi vengono dalla scuola di Khomeini, prolifico antisemita noto per le folgori scagliate contro il «piccolo Satana». E a giudicare dal concorso, da lui promosso, per le vignette sulla Shoah, o dalla Conferenza sull' Olocausto (appena conclusasi), emerge un presidente iraniano arso da un vortice di odio profondo (oltreché, naturalmente, insolente). Ahmadinejad, infatti, è pronto a mettere a repentaglio il futuro dell' Iran, se non addirittura di tutto il Medio Oriente musulmano, in cambio della distruzione di Israele. Non v' è alcun dubbio che egli creda che Allah, in un modo o nell' altro, proteggerà l' Iran da una risposta nucleare israeliana o da un' eventuale controffensiva Usa. E, Allah a parte, è facile che egli creda che i suoi missili polverizzeranno lo Stato ebraico, annienteranno i suoi leader, distruggeranno le basi nucleari terrestri e demoralizzeranno o spiazzeranno i comandanti dei sottomarini nucleari in modo così drastico ed efficace da neutralizzare qualsivoglia reazione. E, con il suo profondo disprezzo per il pavido Occidente, è improbabile che il leader iraniano prenda in seria considerazione la minaccia di una rappresaglia nucleare Usa. Ma può anche darsi che egli sia consapevole del rischio di un contrattacco e si professi tout court - e, secondo il nostro modo di pensare, in modo assolutamente irrazionale - disposto a pagarne le conseguenze. Come il suo mentore Khomeini ebbe a dire, nel 1980, durante un discorso ufficiale a Qom: «Noi non veneriamo l' Iran, ma Allah... Per questo dico: che questa terra bruci. Che vada in fumo, purché l' Islam ne esca trionfante...». Per tali cultori della morte, persino il sacrificio della propria patria vale bene la cancellazione di Israele. Come il primo, anche il secondo Olocausto sarà preceduto da lustri di indottrinamento dei cuori e delle menti da parte di leader arabi e iraniani, intellettuali occidentali e sfoghi mediatici. Il messaggio è cambiato a seconda del pubblico ma, di fatto, l' obiettivo di fondo è stato sempre lo stesso: la demonizzazione di Israele. Ai musulmani di tutto il mondo è stato insegnato che «i sionisti e gli ebrei incarnano il male» e che «Israele dovrebbe essere distrutto». E agli occidentali, in modo più subdolo, è stato inculcato che «Israele è uno Stato tiranno e razzista» che «nell' età del multiculturalismo, è inutile e anacronistico». Varie generazioni di musulmani - e almeno una di occidentali - sono state indottrinate a suon di dogmi simili.
COMUNITÀ INTERNAZIONALE - La campagna per il secondo Olocausto (che, tra l' altro, alla fine provocherà all' incirca tanti morti quanti ne fece il primo) si è svolta in una comunità internazionale lacerata e guidata da ambizioni egoistiche e discordanti, con Russia e China ossessionate dalle prospettive di mercato nei Paesi musulmani, la Francia dal petrolio arabo e gli Usa portati, dopo la débâcle irachena, a un profondo isolazionismo. L' Iran è stato lasciato libero di proseguire sulla china del nucleare, e la comunità internazionale non è intervenuta nello scontro tra Israele e il regime degli Ayatollah. Ma uno Stato israeliano sostanzialmente isolato - come un coniglio improvvisamente abbagliato dai fari di una macchina -, non può essere all' altezza della situazione. La scorsa estate, guidato da un mediocre politicante come Primo ministro e da un sindacalista da strapazzo come ministro della Difesa, schierando un esercito addestrato per gestire le inesperte e sguarnite bande palestinesi nei Territori occupati (e troppo intento a fare fronte a eventuali disgrazie o a provocarle), Israele è uscito perdente da un mini-conflitto di appena trentaquattro giorni contro una piccola guerriglia di fondamentalisti libanesi spalleggiata dall' Iran (sebbene molto motivata e ben addestrata e armata). Quell' episodio ha totalmente demoralizzato la leadership politica e militare israeliana. Da allora, i ministri e i generali israeliani, così come i loro omologhi occidentali, assistendo al graduale approvvigionamento di armi letali a Hezbollah da parte dei fiancheggiatori di quest' ultimo, sono divenuti sempre più sfiduciati e pessimisti. Paradossalmente, è addirittura possibile che i leader israeliani abbiano gradito gli appelli alla moderazione da parte dell' Occidente. E, con ogni probabilità, hanno voluto disperatamente credere alle promesse occidentali che qualcuno - l' Onu, il G7 -, in un modo o nell' altro, avrebbe cavato la castagna radioattiva dal fuoco. C' è stato addirittura chi ha abboccato alla bislacca promessa di un cambio di regime a Teheran il quale, pilotato dal cosiddetto ceto medio laico, avrebbe progressivamente messo il bastone tra le ruote al fanatismo dei mullah.
NUCLEARE - Ma, fatto ancor più rilevante, il programma iraniano ha costituito una sfida infinitamente complessa per un Paese con risorse militari limitate e di tipo convenzionale qual è Israele. Prendendo l' imbeccata dall' operazione con cui l' Aeronautica militare israeliana, nel 1981, riuscì a distruggere il reattore nucleare iracheno di Osiraq, gli iraniani hanno raddoppiato e dislocato i propri impianti, nascondendoli anche molti metri sottoterra (e a ciò va aggiunto il fatto che la distanza tra Israele e gli obiettivi iraniani è doppia rispetto a quella con Bagdad). Per smantellare con le armi convenzionali gli impianti israeliani conosciuti, occorrebbe una capacità aeronautica pari a quella Usa impegnata giorno e notte, e per oltre un mese. Nella migliore delle ipotesi, l' aeronautica, la marina e il commando israeliano potrebbero sperare di fermare solo in parte il progetto iraniano. Il quale, tutto sommato, non subirebbe sostanziali modifiche. Con gli iraniani ancora più determinati (ammesso che ciò sia possibile) a sviluppare quanto prima la Bomba. (Altra conseguenza immediata sarebbe senz' altro una nuova campagna terroristica di stampo islamista e su scala globale contro Israele - e forse anche contro i suoi alleati occidentali - assieme, naturalmente, a un' involuzione pressoché generale. Manipolati da Ahmadinejad, tutti rivendicherebbero che il programma iraniano aveva scopi pacifici). Tutt' al più, un attacco convenzionale da parte di Israele potrebbe procrastinare il progetto iraniano di uno o due anni.
OPZIONI - In quattro e quattr' otto, dunque, la sprovveduta leadership di Gerusalemme si troverà davanti a uno scenario apocalittico, sia che lanci un' offensiva convenzionale dagli effetti marginali, sia che opti per un attacco nucleare preventivo contro gli impianti iraniani, alcuni dei quali situati vicino o dentro le principali città. Ne avrebbe il fegato? La sua determinazione a salvare Israele basterebbe a giustificare l' attacco preventivo, con la conseguente morte di milioni di iraniani e, di fatto, la distruzione dell' Iran? Il dilemma è stato rigorosamente chiarito già molto tempo fa da un generale molto saggio: l' arsenale nucleare israeliano a nulla può servire. Può soltanto essere schierato «troppo presto» o «troppo tardi». Il momento «giusto» non arriverà mai. Se schierato «troppo presto», ossia prima che l' Iran si fosse procurato gli ordigni nucleari, Israele sarebbe stato degradato a paria nello scacchiere internazionale, bersaglio della furia della comunità musulmana mondiale, senza più alcun Paese disposto a spalleggiarlo. Schierarlo «troppo tardi», invece, vorrebbe dire colpire ad attacco iraniano già avvenuto. E a che pro? I leader israeliani, quindi, stringeranno i denti sperando che, in qualche modo, le cose si aggiustino da sé. Magari, una volta ottenuta la Bomba, gli iraniani si comporteranno in modo «razionale»?
CATASTROFE - Ma questi ultimi sono guidati da una logica superiore. Lanceranno i loro missili. E, come per il primo Olocausto, la comunità internazionale non muoverà un dito. Tutto avverrà, per Israele, in pochi minuti; non come negli anni ' 40, quando il mondo stette cinque lunghi anni a torcersi le mani senza battere ciglio. Dopo i lanci di Shihab, la comunità internazionale manderà navi di soccorso e assistenza medica per quanti sopravviveranno alle esplosioni. Ma non attaccherà l' Iran. Quale sarebbe il prezzo? E il tornaconto? Optando per una controffensiva nucleare, gli Usa si alienerebbero definitivamente l' intero mondo musulmano, esasperando e generalizzando il già acceso scontro di civiltà. Ovviamente, senza potere riportare in vita Israele. (Forse che impiccando un serial killer si fanno rivivere le sue vittime?). E allora che senso avrebbe? Il secondo Olocausto, però, sarà diverso nel senso che Ahmadinejad non vedrà né toccherà concretamente gli individui di cui sogna tanto la morte (il che - qualcuno potrebbe congetturare - potrà cagionargli una delusione dato che, negli anni in cui ha prestato servizio con gli squadroni della morte iraniani in Europa, ha probabilmente preso gusto per il sangue vero). Anzi, non vi saranno scene come quella che sto per raccontarvi, riportata da Daniel Mendelsohn nel suo recente libro The Lost, A Search for Six of Six Million (HarperCollins 2006), in cui viene descritta la seconda Aktion dei nazisti a Bolechow, piccolo paesino della Polonia, nel settembre 1942. «La signora Grynberg fu vittima di un episodio terribile. Gli ucraini e i tedeschi, facendo irruzione nella sua casa, la trovarono che stava partorendo. A nulla valsero le lacrime e le suppliche degli astanti: la portarono via, ancora in vestaglia, dalla sua casa, e la trascinarono fino alla piazza davanti al municipio. E lì... fu spinta a forza sopra un cassonetto per l' immondizia nel cortile del municipio, e tra gli scherni e i dileggi della folla di ucraini presenti, insensibili al suo dolore, partorì. Il bambino le fu immediatamente strappato dalle braccia con tutto il cordone ombelicale. Fu scaraventato verso la folla, che prese a schiacciarlo coi piedi. Lei fu lasciata sola, con le ferite e i brandelli di carne sanguinanti, e così rimase per qualche ora, appoggiata a un muro, fino a che non fu portata alla stazione ferroviaria e, assieme agli altri, fatta salire su un vagone verso il campo di sterminio di Belzec». Nel prossimo Olocausto non ci saranno episodi così strazianti. Non vedremo vittime e carnefici coperti di sangue (anche se, a giudicare dalle immagini di Hiroshima e Nagasaki, le conseguenze delle esplosioni nucleari possono essere altrettanto devastanti). Ma sarà comunque un Olocausto.
Benny Morris
(Traduzione di Enrico Del Sero)
(20 dicembre, 2006) Corriere della Sera

17 dicembre 2006

Religioni?... No, grazie!


Voglio dedicare questo mio primo vero post alla criminalità delle religioni.
Preciso immediatamente che intendo per religioni le “chiese” organizzate, tradizionali, comunità di “fedeli” che s’identificano in dogmi, riti, canoni morali e politici, spesso in caratteri nazionali, sempre in gerarchie definite.
Ben altra cosa è la religiosità o spiritualita, sentimento, “realtà interiore” dal carattere profondamente soggettivo e quindi individuale, per quanto analogo ad altre esperienze consimili.
Non voglio dilungarmi troppo, mi limiterò a passare in rassegna le mie ragioni:
1) La storia, anche quella dei nostri giorni, ci insegna che le religioni sono da sempre motivo o pretesto di conflitti, discriminazioni o emarginazioni sociali individuali e collettive, comunque fonte di sofferenze gravissime.
2) Il “clero” delle varie religioni, in forma analoga, plagia le persone, i “fedeli”, sin dalla tenera età, per inchiodarle psicologicamente ai loro interessi ideologici, politici ed economici. È un vero e proprio “traffico d’anime”, ma anche corpi. Le varie religioni sono da sempre concorrenti tra loro in tale traffico, talora alleate, come ci ha mostrato in Turchia Ratzinger, contro la cosiddetta “secolarizzazione”, come viene chiamata con disprezzo e timore dal papa l’emancipazione delle società dalle religioni stesse.
3) La psicologia ha dimostrato da tempo che le più grave perversioni sessuali sono provocate dalla repressione della sessualità promossa e strumentalizzata dalle religioni, col fine di limitare il processo di formazione degli individui e di poterli quindi plagiare più facilmente.
4) Le religioni sono vere e proprie associazioni a delinquere di stampo mafioso, come tali legate al potere in modo sovente losco. Tanti fatti di cronaca recente lo dimostrano e confermano, ricordo tra tutti il caso Marcinkus.
Per ora mi limito a questi quattro punti. Faccio notare tuttavia che riconosco senz’altro a molti sostenitori delle suddette religioni l’attenuante della buona fede, ma ricordo altresì che “la via dell’inferno è lastricata di tanta buona fede”.