Ceviche a colazione... il mio primo libro!

26 maggio 2009

LA MAFIA RINGRAZIA LO STATO
PER LA MORTE
DELLA SCUOLA

17 maggio 2009

Lavoratori della conoscenza

Vorrei proporre il dibattito che ho avviato via email con vari soggetti.
Penso che sia molto attuale.
***
Ieri, con un amico che da anni lavora nel mondo della Scuola, abbiamo discusso sul ruolo dei sindacati nella Scuola stessa - secondo lui nefasto - e della definizione che la CGIL ci ha ha assegnato, a noi docenti, ma anche ai cd. ATA, di "Lavoratori della conoscenza", definizione che lui contesta, ma non abbiamo avuto il tempo di approfondire.
Ci ho però riflettuto un po'.
Non conosco la storia di detta definizione. Se tra i lettori di questa mio testo c'è qualcuno che voglia raccontarmela, lo ringrazio anticipatamente.
Del resto immagino che, se i docenti sono stati considerati nella categoria dei lavoratori - laddove un tempo facevano parte di quella degli intellettuali, partecipi dell'élite della società -, addirittura equiparati agli ATA, probablmente c'è lo zampino di un'ideologia "comunista" di fondo, la quale però, secondo la mia modesta opinione, ha spianato la strada alla demolizione della Scuola da parte di chi ha interesse a appiattire il livello culturale e morale della cittadinanza.
Mi spiego meglio.
Io provengo da una famiglia di persone, sia da parte di padre che di madre, che si sono sempre guadagnate il poco pane che serviva loro con il duro lavoro, male retribuito e peggio considerato. Ma con la speranza che almeno la generazione futura potesse migliorare il proprio livello sociale attraverso l'istruzione.
Io e vari miei cugini abbiamo raggiunto e superato il requisito dell'istruzione, ma non abbiamo migliorato più di tanto il nostro livello sociale, anzi, io, in proporzione, guadagno meno di quanto guadagnasse mio padre, pilota di rimorchiatori, mestiere che comunque richiedeva competenze notevoli e gran senso di responsabilità.
E guadagno più o meno quanto guadagna un operaio - anche l'indennità di disoccupazione che ricevo è più o meno equivalente alla cassa integrazione -, la cui professionalità non voglio certo denigrare, mi si intenda bene: voglio solo mettere in rilievo l'appiattimento che si è verificato rispetto al passato tra la classe dei lavoratori e la classe intellettuale.
Alcuni possono pensare che sia giusto questo appiattimento - e sono sicuro che sia soprattutto conveniente per la classe di potere -, personalmente credo di no. E proprio per ragioni che non posso che definire di "sinistra".
Se infatti si sminuiscono e automaticamente si fanno scadere in qualità servizi sociali fondamentali come l'istruzione e la sanità, i cui "lavoratori" dedicano anni e anni della loro vita a una formazione dura e non retribuita, che inoltre dovrebbe permettere loro anche di opinare a ragion veduta sulle cose del mondo - permettetemi di risaltare questa apparentemente semplice prerogativa -, mi sembra evidente che si arrivi alla situazione che stiamo vivendo sempre più: la riduzione degli istituti scolastici e degli ospedali pubblici ad aziende private, dove i lavoratori possano essere trattati come stracci qualsiasi. Come vuole la classe di potere, appunto.
Qualcuno potrebbe rispondermi che non considero il fatto che i docenti lavorino meno ore degli operai, che questi fanno un lavoro più pesante e usurante, che non si può tornare al classismo di un tempo, ecc. ecc.
Sul fatto che i docenti lavorino meno, quantitativamente è vero, ma chi si ferma alla valutazione della quantità pecca di superficialità, come minimo.
Io non ho nessuna esitazione a sostenere che qualitativamente, psicologicamente e emozionalmente il mestiere di insegnante è molto più pesante e usurante di quello di operaio. E non lo dico solo io, lo dicono fior di studi specialistici.
A meno che un operaio non lavori in condizioni di sicurezza non rispettate - cosa che capita sempre più spesso anche a noi: vi ricordo i recenti casi di scuole che crollano - o addirittura con materiali tossici.
Ma quello che voglio tentare di far capire è che se questo operaio lavora in dette situazioni, lo si deve comunque al deperimento voluto della dignità del lavoro, cioè anche all'appiattimento tra le professioni di cui ho detto sopra.
Poi, io che vengo da una famiglia di lavoratori, come detto, non voglio certo il ritorno del classismo - che oggi si è ridotto alla dicotomia tra ricchi che fanno lavorare gli altri e quest'altri, la maggioranza -, ma penso che sia il tempo di restituire al docente la giusta dignità, in un contesto comunque di solidarietà concreta con tutti gli altri membri della società.
Il docente deve essere valorizzato come una delle colonne portanti di una società democratica e solidale e responsabile della sua crescita attraverso la formazione delle nuove generazioni, responsabilità immane, che non tutti possono o vogliono reggere.
Una responsabilità non a caso simile a quella dei medici sopra considerati, a cui è demandata la salute dei cittadini.
Mi aspetto, con questo mio contributo, di stimolare un dibattito proficuo.
Grazie per l'attenzione.
Roberto Marras
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Caro Roberto
non ho il tempo di partecipare al dibattito con l'impegno che meriterebbe ma volevo almeno farti sapere che ho letto tutto e condivido quasi ogni parola di quello che hai scritto.
Buona notte
Enrico Musso
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Grazie, Roberto, per aver avuto il coraggio di denunciare quello che io ho sempre pensato, ma con il timore di esprimere idee, per così dire, snob e classiste. Però tu le hai giustificate con grande correttezza, e condivido.
La consapevolezza che tu hai espresso, secondo me, è anche condizione indispensabile per mantenere credibilità, e quindi ruolo, con i nostri alunni, con le famiglie, con il sistema.
In Italia gli inegnanti sono sempre stati, per definizone, mal pagati, ma almeno un tempo nessuno metteva in dubbio che fossero dei professionisti della cultura, degli intellettuali, con una funzione fondamentale fondamentale nella vita del Paese. Oggi noi siamo considerati dei "lavoratori" e nulla più (magari lavorassimo, almeno!!!) mentre i professionisti beceri della sottocultura dilagante intasano i media.
Che cosa possiamo fare?
Stefania Pagliero
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Caro Roberto,
ho spesso condiviso le tue idee. Questa volta mi sembra di essere su posizioni nettamente opposte. Di più: mi sembra di leggere nelle tue righe quella “sindrome da guerra tra poveri” che proprio le destre hanno cercato e cercano tuttora – riuscendovi – di scatenare.
Come è possibile dire che l’”ideologia comunista” ha portato a questo appiattimento?
Potrei capire quanto scrivi solamente se la nostra storia fosse una “fantastoria” in cui l’Unione Sovietica (attenzione: l’Unione Sovietica e il socialismo reale, non il comunismo) avesse avuto anche il nostro Paese tra i satelliti del Patto di Varsavia.
Così, tuttavia, non è stato.
Il PCI e tutta la sinistra hanno invece dato vita a quell’”eurocomunismo” – dopo la primavera di Praga – che ha lottato duramente per costruire lo stato del welfare che oggi Berluskoni e la sua accolita di bravi stanno cercando – riuscendovi – di demolire.
Nello specifico:
che colpa hanno gli operai ad aver guadagnato come è più di un professore?
Che colpa ha avuto la “ideologia comunista” nel tentativo di difendere i diritti di TUTTI i lavoratori?
Che significa appiattimento?
Ripeto, non eravamo una delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
La scuola ha giovato di quella ideologia, ora detta “massificante” con l’estremo disprezzo di una propaganda anti-’68 che, strumentalmente, punta il dito sul movimento sessantottino e non sugli uomini e sui governi che senza accogliere quanto di meravigliosamente rivoluzionario stava in quel movimento mondiale, quello del ’68 appunto, ne hanno sminuito, svilito, disinnescato i potenziali margini di progresso.
Quell’”ideologia di appiattimento” ha lavorato nel senso della Costituzione repubblicana, nel tentativo di allargare a tutti i cittadini il diritto allo studio (riforma della scuola media), nello sforzo di trovare un canale attraverso cui garantire i diritti a TUTTE LE CATEGORIE dei lavoratori: poi è arrivato il riflusso, la menata propagandistica del merito, il thatcherismo, la reaganomics, i Chicago Boys, Brunetta, con il risultato che adesso siamo qui a misurare quanto sia giusto il livello retributivo tra le diverse categorie di lavoratori.
Storicamente - ne converrai - sono state le conquiste della “classe operaia”, la lotta di QUEI lavoratori, ad allargare il campo dei diritti civili, sociali, politici: è stata – e purtroppo non è più – quella la forza trainante di un progresso che, a cascata, si è riversato sulle altre categorie, sul mondo del lavoro inteso in senso lato. Un insegnante DEVE rconoscerlo.
Non a caso, adesso, è quella la parte più colpita: gli ultraliberisti al potere sanno bene, infatti, che una volta abbattuto l’ultimo ostacolo (Fiom, per fare un esempio), le altre categorie – ivi compresa quella di quegli insegnanti che “dovrebbero guadagnare di più” ma che molto spesso latitano sulle piazze quando c’è da difendere i propri diritti (e non è il tuo caso, né il mio) – resisteranno ben poco.
Comprendo, quindi, quanto tu scrivi e, in parte, posso condividerlo: tuttavia ne contesto fortemente la tempistica. In un momento come questo il tuo discorso non solamente può essere inopportuno, ma addirittura pericoloso.
...
Detto questo, sono convinto anche io che il mestiere dell’insegnante sia usurante come e forse anche più di quello di un operaio: ti esorto, tuttavia, a non considerarti paradigma della classe insegnante. Non è detto che il tuo impegno e livello della tua usura siano gli stessi di molti altri colleghi.
Un abbraccio (con estrema stima)
Marco Traverso
PS: un giorno magari parleremo anche del ruolo dell’URSS nella storia del ‘900...

14 maggio 2009

Appello alle istituzioni e ai candidati alle elezioni europee del 6-7 giugno

Sottoscrivo e divulgo con estrema e appassionata partecipazione il seguente appello promosso dal Centro in Europa:
Il 9 maggio, Festa dell’Europa, il Centro in Europa ha organizzato un incontro pubblico, molto partecipato, per collegare il tema attualissimo della presenza degl iimmigrati in Italia all’iniziativa necessaria a livello europeo. Studenti, insegnanti, cittadini hanno ascoltato la testimonianza di alcuni «stranieri» in Italia ed hanno condiviso la necessità di far vivere i valori fondamentali della nostra Costituzione e dell’Unione Europea.
Nel nostro Paese sono almeno 5 milioni gli stranieri residenti inseriti nei settori dell’agricoltura, dell’industria, dell’edilizia, dei servizi e sono essenziali per far funzionare la nostra economia e per garantire la sopravvivenza di molte delle nostre famiglie.
È necessario riconoscere e valorizzare questa presenza e promuovere una politica di accoglienza e di integrazione nel rispetto dell’identità e della dignità di tutte le persone.
Ora basta con i muri che si tenta di erigere nei loro confronti, negando o rendendo difficili i permessi di soggiorno, vietando la loro partecipazione al voto alle elezioni amministrative, impedendo di fatto l’acquisizione, per chi lo desidera, della cittadinanza italiana. Il nostro Paese ha una normativa e una pratica burocratica in gran parte assurde che negano i diritti essenziali, tengono milioni di persone separate e in condizione di instabilità, impedendo la piena partecipazione e quindi la responsabilizzazione e l’assunzione dei doveri.
Ora basta con i tentativi continui di molte forze politiche e di rappresentanti del governo di minacciare ritorsioni e denunce da parte dei medici o dei presidi o non si sa quanti altri ci si inventerà ancora.
È una politica ingiusta ed anche sciocca perché molti di quegli «stranieri» sono nati in Italia o vivono, studiano, lavorano qui da moltissimi anni e il nostro interesse è che diventino i nostri nuovi cittadini e facciano parte attiva della nostra comunità. È questo il modo migliore di attuare una seria politica di sicurezza. Invece si tenta da parte di molti di alimentare la paura e di strumentalizzarla a fini elettorali e di negare l’evidenza, e cioè che l’Italia, come altri Paesi europei, è già una realtà multiculturale e multietnica alla quale bisogna saper far corrispondere una politica intelligente e adatta alla situazione, nuova e più avanzata.
È il momento di indire una grande campagna di civiltà, di fare dell’integrazione dei 5 milioni di «stranieri» in Italia una grande battaglia di civiltà e di libertà, se non vogliamo che l’Italia degradi dal punto di vista culturale, etico, economico e politico.
È il momento di una grande alleanza tra immigrati ed italiani, tra associazioni della società civile ed istituzioni pubbliche, tra organizzazioni laiche e religiose, perché cessi la vergogna d’una normativa arretrata e di comportamenti e dichiarazioni politiche rozze, volgari, che incitano al disprezzo e all’odio.
La difesa dello Stato contro i reati e la criminalità si esercita, in uno Stato di diritto, nei confronti di chiunque, indipendentemente dal colore e dall’origine nazionale. Questo è evidente a tutti e non può essere un alibi per mettere sotto accusa 5 milionidi persone.
E d’altra parte il contrasto alle frontiere dell’immigrazione clandestina deve essere fatto nel rispetto delle convenzioni internazionali e attraverso accordi con tutti i Paesi di provenienza.
Vi chiediamo, in questi giorni, di far vivere questo tema in un grande dibattito pubblico, di impegnarvi a dire parole chiare su tale questione e di dar vita a proposte, iniziative e ad atti amministrativi coerenti.
Noi, e penso moltissimi di voi, non vogliamo vivere in un Paese razzista, contemporaneamente feroce e stupido. La storia ci ha insegnato che quando ci si propone e si ottiene di colpire e di discriminare le minoranze questo è solo il primo passo e subito dopo ci si rivolge contro la maggioranza e contro ognuno di noi, mettendo in discussione i valori fondamentali della convivenza e della stessa democrazia.
Noi non siamo disponibili ad accettare questa situazione. E voi?
Le elezioni al Parlamento europeo sono l’occasione per far sentire forte e chiara la voce di chi la pensa in questo modo, in ogni forza politica e schieramento, per essere veramente europei e per sbarrare la strada ai cattivi governanti, ai pessimi politici, ai mestatori di paura e di odio, a chi vorrebbe un Paese rassegnato e disposto a subire ogni ingiustizia.
Per il Centro In Europa: Carlotta Gualco, Roberto Speciale, Stefano Zara, Ezio Andreta, Gianfranco Antoni, Paolo Arvati, Luca Beltrametti, Maria Grazia Bottaro Palumbo, Maria Pia Bozzo, Angela Burlando, Simona Calissano, Renato Carpi, Maria Rita Cifarelli, Fernanda Contri, Michele Cozza, Gaetano Gallinaro, Paolo Garbini, Luca Garibaldi, Simone Guerrini, ROBERTO MARRAS, Giorgio Pagano, Giuseppe Pericu, Luigi Picena, Eugenio Piovano, Italo Porcile, Alessandra Pozzolini, Pier Paolo Puliafito, Nicola Rasoli, Carlo Rognoni, Giuseppe Rolandi, Donatella Salvarani, Chiara Saracco, Giorgio Schiano di Pepe, Michele Sette, Ignazio Venzano.
Altri: Mario Amelotti, Giovanni Assereto, Patrizia Avellani, Alessandra Ballerini, Francesca Balzani (Candidata al Parlamento europeo per il Partito Democratico nella circoscrizione Nord Ovest ),
Doris M. Banagáu Zambrano, Lorenzo Basso, Brando Benifei, Ubaldo Benvenuti, Michela Biasci, Giovanni Bignami (Candidato per il Partito Democratico nella circoscrizione Nord-Ovest), Franco Bonomi Bezzo, Luigi Bovo, Roberto Cabona, Federico Campanella, Enrico Caramanna, Attilio Casavecchia, Lorenzo Caselli, Adelaide Ceciarelli, Eliana Cerrato e Alessandro Portinaro (Centro di Iniziativa Europea di Torino), Alfredo Chiatello, Angelo Cifatte, Carla Clivio Costa, Luigi Cola, Anna Colombo, Paolo Comanducci, Alberto Correa, Enzo Costa, Giovanni Battista Costa, Nicola Costa, Nando dalla Chiesa, Vito D’Alto, Graciela Del Pino, Stefano Demontis, Franca De Rossi, Direzione e Redazione della rivista, “Argomenti Umani” (Milano), Maria Eugenia Esparagoza, Don Paolo Farinella, Gabriella Foggi, Monica Frassoni (Parlamentare europea uscente e candidata per Sinistra e Libertà nella circoscrizione Nord-Ovest), Gianmaria Gabrieli, Don Andrea Gallo, Giovanni Battista Gambaro, Germano Garatto, Livio Giraudo, G. Claudio Godani, Tanya González, Piero Graglia (Candidato al Parlamento europeo quale indipendente per il Partito Democratico nella circoscrizione Nord Ovest), Laura Gritti, Rosella Idéo, Giorgio Jester, Simohamed Kaabour, Rachid Khay, Federico Larosa, Andrea Liberovici, Marco Loleo, Sergio Lugaro, Giunio Luzzatto, Andrea Macciò, Maurizio Maggiani, Andrea Manzella, Pietro Marcenaro, Umberto Marciasini, Antonio Martinez e l’Associazione, Peruviana "Casa della Cultura Peruana" (Genova), Maria Angela Milanta, Alexandra Mc Millan, Marina Milan, Emilia Minetti, Claudio Montaldo, Giulio Montinari, Orietta Mori, Minella Mosca, Francesco Munari, Annarita Odetti, Carla Olivari, Gianfranco Ortu, Antonio Panzeri (Parlamentare europeo uscente e candidato al Parlamento europeo per il Partito Democratico nella circoscrizione Nord Ovest), Roberta Papi, Emilia Parodi, Enrico Parodi, Mino Pasquini, Milvia Pastorino, Sonia Pastorino, Mario Pilosu, Roberta Pinotti, Giulia Piovano, Alberta Pongiglione, Vittorio Pongiglione, Maria Paola Profumo, Andrea Ranieri, Victor Rasetto, Giorgio Ravera, Ennio Remondino, Carlo Repetti, Don Alberto Rinaldini – con il circolo, culturale “Il Tempietto” (Genova), Giancarlo Rolla, Enzo Roppo, Marco Roverano, Husein Salah, Edoardo Sanguineti, Ivan Scalfarotto (Candidato al Parlamento europeo per il Partito Democratico nella circoscrizione Nord Ovest), Nicolò Scialfa, Giuseppa Antonia Scicolone, Roberto Sinigaglia, Anna Stagno, Piero Stagno, Francesco Surdich, Andrea Torre, Nicola Torretta, Raffaele Traverso, Lidia Treccani, Mario Tullo, Elisa Turno, Ugo Valbusa, Moreno Veschi, Giovanni Enrico Vesco, Reginaldo Vignola.
Genova, 14 maggio 2009 - aggiornato al 1° giugno 2009

13 maggio 2009

L’Italia multietnica

All’ennesima esternazione del nostro Presidente del Consiglio, secondo cui lui e la sua coalizione di governo non vogliono un’Italia multietnica, intendo replicare pure io, oltre a tanti altri, compresa la CEI, con la quale non mi trovo certo spesso in sintonia.
Intendo replicarvi perché mi sento colpito personalmente, nella mia storia personale e nella mia formazione intellettuale e professionale.
Inizio col dire che la definizione di etnia nel dizionario della lingua italiana del De Mauro recita così: “raggruppamento umano basato su comuni caratteri fisici, storico–demografici, linguistici e culturali”.
Bene, io, sulla base di detta definizione, sono multietnico, in quanto mio padre era sardo di Santa Teresa di Gallura, chiamata dai locali Lungoni, e la sua lingua madre era il lungunesu, varietà di gallurese che a sua volta è una varietà di corso e in quanto tale si differenzia notevolmente dal sardo logudorese-campidanese che domina, in diverse varietà, dalla regione a sud di Sassari sino a Cagliari.
E come tutti i lungunesi, mio padre, da parte di madre, aveva appunto anche marcanti radici corse: il mio bisnonno era nativo di Sartene, lo stesso paesino di montagna del sudovest dell’isola dove Dumas padre ha ambientato il romanzo I fratelli corsi.
Da parte paterna, invece, mio padre discendeva da una specie di personaggio mitico, suo bisnonno, capostipite dei Marras della zona, ma originario di Santu Lussurgiu – nell’oristanese, area da tempo immemore sardo-punica –, descritto dalla leggenda come un omone alto due metri e completamente di pelo rosso, aspetto singolare per un sardo – per inciso, ancora oggi ho vari cugini di pelo rosso e altri alti intorno al metro e novanta che attestano con la loro semplice esistenza la verdicità di questa descrizione leggendaria.
Però mia madre è di Marina di Patti, in Sicilia, nella provincia di Messina, di fronte alle Eolie, non lontano dal promontorio di Milazzo.
Un’area per giunta particolare della Sicilia, dove la storia e la glottologia ci raccontano che vi dominano ancora gli idiomi cosiddetti gallo-siculi – anche se nel caso del paese di mia madre, marginalmente –, cioè le lingue delle genti “lombarde” (cioè di origine longobarda) del nord d’Italia che il re normanno Guglielmo I il Malo inurbò in zone ribelli della Sicilia orientale nel XII secolo. A palesare questa particolarità ci sarebbero in me i miei occhi azzurri, ereditati proprio dalla famiglia di mia madre.
Peraltro, mio padre e mia madre si sono conosciuti a Genova, dove entrambi erano migrati, come tanti altri Italiani del sud e delle isole, nel 1959. E io sono nato a Zena nel 1966.
Nel capoluogo ligure, quando ero ragazzo (ma ancora adesso!), ero chiamato “il sardo”, per via della marcata sardità del mio cognome (che invero ho scoperto in seguito a recente ricerca che è abbastanza diffuso anche in Grecia, in Spagna, in Francia e persino in Inghilterra), ed era troppo complicato e anche vano spiegare che le mie radici sono un po’ più complesse.
In Sardegna del resto ero chiamato “il genovese”, anche da chi conosceva bene la mia famiglia paterna.
A rimarcare il carattere della mia identità personale che definirla multietnica è un’ovvietà quasi banale.
Basterebbero queste poche righe che raccontano in estrema e significativa sintesi la mia storia familiare – ma secondo un amico che la conosce, la storia d’Italia, invero – per spiegare la ragione per cui mi sento offeso dall’idiozia pronunciata dal nostro Presidente del Consiglio, che si rivela per l’ennesima volta profondamente ignorante della storia del Paese che governa.
Senonché c’è anche una storia più specificamente personale e, come dicevo, la mia formazione intellettuale e professionale che mi collocano agli antipodi rispetto a una tale asserzione.
Chi mi conosce sa che ho vissuto un’abbastanza lunga e comunque intensa esperienza di vita e lavoro all’estero, in tre paesi africani, Tunisia, Eritrea e Nigeria, nonché in Brasile, dove ho vissuto il soggiorno più lungo e radicale, quattro anni e qualcosa.
In questi anni, oltre che sviluppare il mio multilinguismo pratico – in concomitanza a quello teorico dei miei studi – ho sofferto sulla mia pelle o ho visto soffrire più che mai i biechi stereotipi del razzismo, il disagio dei reietti, degli emarginati, della gente considerata inferiore dalla cultura dominante. E contemporaneamente ho assimilato profondamente la vitale importanza dei diritti umani, la consapevolezza dell’urgenza di valori comuni riconosciuti e applicati, la falsità e l’ingannevolezza delle presunte identità nazionali o quali che siano, laddove le differenze di costumi e di lingua devono essere valorizzate come patrimonio comune dell’umanità, non esaltate o disprezzate come dogmi da imporre violentemente prima che altrove sulla particolarità degli individui, quindi sul carattere delle cosiddette nazioni, necessariamente poste le une in conflitto con le altre dal nefasto sistema nazionalista.
Per questo sono anche offeso dalla tristemente stupida asserzione del nostro Presidente del Consiglio.
Ma non solo per questo. Per i miei studi appunto!
Prima ho accennato al fatto che un amico ha definito la mia storia familiare la storia d’Italia. Ebbene, il nostro Presidente del Consiglio, per essere degno di guidare questo Paese, dovrebbe appunto sapere che se c’è un carattere peculiare della nazione italiana è proprio la multietnicità, la multiculturalità, l’interculturalità, chiamatela come vi pare.
Più semplicemente si potrebbe chiamarla la relazione umana.
L’Italia è uno dei paesi dove meglio di altrove s’è realizzata l’arte dell’incontro che secondo il grande poeta e cantante brasiliano Vinicius de Moraes altro non è poi che la vita stessa.
E non da oggi.
Almeno dal neolitico in poi!!
Ogni insegnante di Storia dovrebbe sapere bene infatti come all’epoca della cosiddetta Unità d’Italia, proclamata il 17 marzo del 1861 – scommetto che non tutti gli “Italiani” ne conoscono precisamente il giorno e il mese, forse neanche l’anno –, dei circa 20/22 milioni di abitanti dell’allora territorio italiano, oltre l’80% era analfabeta e naturalmente non conosceva la lingua italiana, che era prerogativa – ma non è detto che la parlasse – solo dell’élite colta. Secondo una statistica che ho letto non ricordo dove, addirittura appena 600.000 neocittadini (o meglio neosudditi) italiani erano in grado di parlare l’italiano, circa il 2% o poco più della popolazione, praticamente solo i Toscani e pochi altri.
In tal senso va intesa la famosa frase programmatica del celebre politico piemontese Massimo D’Azeglio: “Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani” (alcuni non la attribuiscono a lui, ma è irrilevante).
Quindi, se ci rifacciamo alla precedentemente citata definizione del De Mauro, gli Italiani non erano certo un’etnia!!! Erano tante etnie, che parlavano diverse lingue, a volte molto diverse, perché, senza tirare in ballo gli “allofoni” presenti nel territorio italiano da secoli: gli Albanesi di Sicilia, di Calabria e di Puglia, gli Sloveni del Friuli, i Sud-Tirolesi dell’Alto Adige, gli Occitani del Cuneense e dintorni, i Franco-Provenzali della Val d’Aosta, i Croati di Abruzzo e Molise, i Grecanici di Calabria, i Rom e i Sinti sparsi qua e là, ecc., non mi direte che sono affini tra loro lingue come il napoletano o il friulano? Il sardo o il bergamasco?
E, ripeto, questa estrema multietnicità italiana è una peculiarità della nostra nazione almeno dal neolitico in poi.
Non voglio qui parlare del fatto che prima della romanizzazione e quindi della latinizzazione dell’Italia, vi esistevano vitali almeno 14/15 gruppi linguistici differenti (anzi, probabilmente erano di più, è la nostra nozione che è carente), la maggior parte non appartenenti alla cosiddetta famiglia indoeuropea (i più importanti dei non indoeuropei erano quello etrusco e quello semitico dei fenicio-punici, che parlavano una lingua strettamente imparentata all’ebraico), e a cui si ascrivevano tantissime etnie diverse e spesso in conflitto tra loro.
Né voglio ricordare, specie ai latinisti, come a Roma, nell’età classica, si parlasse più greco che latino: ce l’attestano Svetonio e Cassio Dione, allorché ci raccontano che le utime parole di Cesare furono “Καì σύ, τέκνον”, rivolte a Bruto – e non, come si riporta ancora in certi libri di Storia romana l’equivalente latino “Tu quoque, Brute, fili mi!” – ma ce l’attesta soprattutto Giovenale, allorché si lamenta del fatto che ai suoi tempi a Roma non si parlasse più la lingua degli avi perché “Ormai da tempo / l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere / e con sé rovescia idiomi e costumi” [“iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes / et linguam et mores”, Saturae III].
L’Oronte di Siria, cioè l’odierno Asi che scorre tra Libano e Siria, è un riferimento alla notevole immigrazione nell’urbe, voluta dai Romani stessi, di Siro-greci di Antiochia e dintorni, deportativi come schiavi, ma presto liberti spesso potenti e ricchissimi, grazie alla loro cultura e competenze superiori, come fu infatti Pallante, “eminenza grigia” dell’imperatore Claudio, e come ci attesta anche, sia pure in negativo, Petronio nel suo Satyricon.
E questi Siro-greci sono sicuramente gli antenati anche della gente di Lunigiana: per il corso di Storia romana all’Università, ho studiato delle epigrafi latine che attestano come in epoca classica la colonia romana di Luna era stata popolata in massa da questa gente, esperti marmisti, perché lavorasse nelle cave del prezioso marmo delle vicine Alpi Apuane.
Voglio invece appunto ricordare come Roma, considerata fin dalla nascita del nostro Stato l’antenata celebre, il prototipo da recuperare, il simbolo nazionalista più possente, fosse un impero straordinariamente multietnico dove il civis, il cittadino romano, specie a partire dall’editto di Caracalla del 212 d.C., poteva anche parlare il latino, sì, ma non necessariamente, e comunque la sua lingua madre era sicuramente diversa: italica, ma anche gallica, berbera, iberica, greca, aramaica, egizia, libica, traco-illirica, germanica, ecc.
E non solo: come ha detto provocatoriamente Moni Ovadia tante volte – anche alla Festa dell’Europa del 9 maggio, organizzata a Villa Rosazza dal Centro in Europa –, il mitico progenitore di Roma era un “turco”, nel senso che proveniva dall’attuale Turchia, si chiamava Enea e su di lui Virgilio ha scritto il poema nazionale romano, l’Eneide, che ancora adesso si studia nelle nostre scuole!
E che dire del Cristianesimo, altro possente carattere nazionale italiano, dagli Italiani appunto ereditato da Roma (anche se, per quanto mi riguarda, devo confessarlo, con qualche eccezione avrei fatto volentieri a meno di questa eredità)?
Come ha sempre ricordato Moni Ovadia alla Festa dell’Europa del 9 maggio – davanti a quel grande uomo e grande prete (una delle eccezioni) che è Don Gallo –, Cristo stesso si presenta come uno straniero, chiede di amare lo straniero come sé stessi e ammonisce i seguaci dal non fargli del male, perché farebbero del male a lui!
Non a caso e doverosamente la CEI s’è sentita chiamata in causa in seguito alle dementi parole del nostro Presidente del Consiglio.
E a proposito di demenza, rilevo come Bossi e i leghisti in genere si siano arrogati il merito di aver ispirato questa linea del governo.
A parte il fatto che non se ne aveva dubbi, vorrei a tal punto e una volta per tutte sfatare il mito della Lega in quanto movimento politico federalista.
Se all’inizio della sua storia ha ingannato qualche sincero federalista – di quelli veri, come me, che derivano le loro idee da Carlo Cattaneo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, il Movimento Federalista Europeo, ecc. – da quando ha cominciato a aizzare i sentimenti razzisti della gente del nord (e non solo) – prima contro noi “meridionali”, più recentemente contro gli “extracomunitari”! – solo per guadagnare voti e quindi potere politico, in realtà ha mostrato la sua vera natura: di nuovo mostro “nazifascista” che vuole portarci a una nuova rovina!
Anche il già citato Moni Ovadia già da tempo, ma non solo lui, ha fatto notare che la strategia leghista razzista e terrorista – finalizzata a stimolare e sfruttare nella popolazione la paura del diverso visto come un nemico – è la stessa che ha adottato dichiaratamente Hitler in Germania per conquistare il potere.
Gli “ebrei” di oggi sono i candestini extracomunitari, i “comunisti” quelli che li aiutano. “La sinistra che ha aperto le porte ai clandestini”, come ha detto il nostro Presidente del Consiglio.
Umberto Galimberti ha rilevato come la paura/odio del diverso, straniero, omosessuale, zingaro, “comunista”, ecc. è tipica di chi ha invero un’identità debole e cerca di distruggere il diverso che è in lui distruggendo l’altro, come per autoconvincersi della fermezza della propria identità elettiva, invero fatiscente.
È una chiave di lettura interessante, per quanto non l’unica, che spiega tante cose dei comportamenti assurdi dell’”uomo moderno”, compreso il leghismo, che infatti si basa su un fenomeno di costruzione di un’identità, quella padana, che non è mai esistita né esiste di fatto neppure oggi quando è tanto declamata.
Tant’è vero che ormai non c’è più tanta differenza nel presentarsi tra leghisti e fascisti, che in teoria dovrebbero essere in contrasto tra loro perché i primi sarebbero secessionisti, i secondi nazionalisti unionisti, ma in realtà s’incontrano bene nella xenofobia violenta e nella sete di potere.
Concludo questo mio oceanico contributo alla questione della multietnicità italiana sgradita al nostro Presidente del Consiglio, con un rimando anche all’ossessione (e all’affare economico) preferita dagli Italiani, cioè il calcio.
A parte il fatto che il Milan del nostro Presidente del Consiglio stesso è comunque una squadra multietnica, e dovrebbe stare attento a non offendere i suoi campioni stranieri, che magari, se fossero dignitosi, potrebbero decidere di cambiare aria, vorrei ricordare che tutte le nazionali italiane che hanno vinto la coppa del mondo sono state multietniche.
Quelle del 1930 e del 1934, a parte la varietà regionale di tutte che tralasciamo pure, erano infatti imbottite di “oriundi”, argentinos e uruguayos in particolare (Luis Felipe Monti che aveva già vinto la coppa del 1930 con la maglia dell'Uruguay, Enrique Lucas Gonzales Guaita, il gran ballerino di tango Raimundo Bibian Orsi e Miguel Andreolo, tanto per ricordare i più famosi), quella del 1982 vantava tra le sue fila l’irriducibile italo-libico Claudio Gentile, che ha annullato avversari del calbro di Maradona, tanto per fare un nome non qualsiasi, mentre l’ultima del 2006, a parte l’oriundo argentino Mauro Germán Camoranesi, con la sua faccia da indio, aveva e ha come perno del centrocampo quell’Andrea Pirlo che non ama parlare molto delle sue radici rom.
Insomma, non solo l’Italia è da sempre multietnica, quindi rinnegare questo suo carattere significa rinnegarla tout court, ma se non lo fosse, se fosse appiattita all’identità fasulla che vorrebbero i leghisti-fascisti e il nostro Presidente del Consiglio, non sarebbe nulla, non avrebbe la storia che ha, non avrebbe conseguito i risultati che ha raggiunto, persino nel calcio!
Per questo mi unisco di nuovo alla voce di Mondi Ovadia e di tanti altri con lui: organizziamo e realizziamo uno SCIOPERO GENERALE di tutti quanti si sentano offesi da questa bestialità, di tutti gli “stranieri multietnici” d’Italia!
Facciamo vedere cosa sarebbe veramente l’Italia senza di NOI!!!
FACCIAMO CADERE QUESTO SCHIFO DI GOVERNO NAZIFASCISTA-LEGHISTA-OPPORTUNISTA!!!!
E FACCIAMOLO PRESTO, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!!!!

ROBERTO MARRAS

10 maggio 2009

Esiste una sola razza, quella umana

Mi associo anche a questo appello, tratto sempre dal sito de il manifesto, firmato tra gli altri da Moni Ovadia, il quale ha partecipato alla Festa dell'Europa organizzata dal Centro in Europa e dedicata proprio ai diritti umani violati degli "stranieri", e alla quale sono intervenuto pure io - a denunciare gli abomini delle "classi di segregazione", l'eliminazione dei precari, i presidi-spia, ecc. infine a promuovere Come un uomo sulla terra (http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/), che chiarisce molto bene il crimine che sta commettendo il "nostro" governo nel rimandare in Libia i "clandestini" -, assieme a tanti altri, gente comune come me: Patricia Betancourt di Colidolat, Alberto Correa, psicologo (i cui titoli non sono riconosciuti in Italia) e mediatore culturale, Simohamed Kabour del Movimento Nuovi Profili (http://nuoviprofili.com/), nonché nomi decisamente più illustri come Don Gallo, oltre che il già citato Moni Ovadia, il quale, in coerenza al testo che segue, ha giustamente definito un crimine contro l'umanità l'attuale legislazione contro gli "stranieri" del "nostro" governo. Ovviamente il suo intervento è stato molto più ricco e geniale, come sempre.
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Esiste una sola razza, quella umana

Claudio Fava, Moni Ovadia, Paolo Rumiz, Giuliana Sgrena, Mauro Palma, Lisa Clark, don Tonio dell'Olio, Franco Cassano, Filippo Miraglia, Nino Buttitta
"Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto". E' il grido di dolore delle donne africane alla notizia che 200 migranti sono state rispediti dalla Marina militare italiana nei campi di concentramento libici.
Noi italiani non possiamo permetterlo.
Non possiamo condannare all'inferno persone colpevoli solo di cercare una terra dove vivere dignitosamente. Non possiamo trasformare il "grande lago" Mediterraneo nella fossa dei disperati della terra.
Non possiamo neppure per un momento, neppure per una persona, diventare cinici collaboratori dei carnefici, sia che si tratti di spregevoli mercanti di esseri umani sia che si tratti di aguzzini libici.
Pertanto, noi, uomini e donne impegnati da tempo per la pace, la solidarietà internazionale, la cooperazione tra i popoli, raccogliamo l'invocazione delle donne africane di Lampedusa e lanciamo un appello a tutte le persone di buona volontà e di coscienza: fermiamo subito questa atroce escalation della politica "cattiva" del Governo italiano. La politica non può essere né cattiva né buona, ma giusta e umana. La salvaguardia della vita umana ed il contrasto di qualunque oppressione deve tornare ad ispirare leggi, azioni, comportamenti tanto dei politici quanto dei cittadini comuni, solo così tutti potremo vivere bene su tutte le sponde del Mediterraneo ed assicurare un futuro di pace e giustizia a chi verrà dopo di noi.
Per questo condanniamo l'agire del governo italiano e, in accordo, con Alto commissario delle Nazioni unite per i Rifugiati, diciamo che il principio internazionale di non respingimento deve continuare ad essere integralmente rispettato.
Per affermare queste idee proponiamo che sabato 16 maggio, in più città italiane affacciate sul mare, si promuovano incontri, presidi, racconti, meeting musicali. Sarà un modo per testimoniare - in quanto cittadine e cittadini per i quali non sono morte né la pietà né il senso di giustizia - il nostro dovere di essere umani che dall'acqua del Mediterraneo per secoli hanno tratto la vita.

Disculpen la molestia

Disculpen la molestia, ma mi associo in toto alle domande che si pone Eduardo Galeano, che publico e divulgo - l'ho fatto anche tra i miei alunni - nella versione in italiano de il manifesto e nell'originale in spagnolo che ho tratto dal quotidiano argentino Pagina 12.
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Eduardo Galeano - 07.05.2009
Scusate IL DISTURBO
Chi è terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve? Perché non sono in carcere gli autori delle stragi più feroci? Queste e tante altre domande sulla giustizia ingiusta nel mondo che funziona alla rovescia
Voglio condividere alcune domande, idee che mi ronzano in testa.
È giusta la giustizia? È salda sulle sue gambe la giustizia del mondo alla rovescia?
Il lanciascarpe dell'Iraq, colui che tirò le scarpe contro Bush, è stato condannato a tre anni di carcere. Non meritava invece una onorificenza?
Chi è il terrorista? Colui che lancia le scarpe o colui che le riceve? Non è forse colpevole di terrorismo il serial killer che, mentendo, inventò la guerra dell'Iraq, assassinò un mucchio di gente, legalizzò la tortura e ordinò di utilizzarla?
Sono forse colpevoli gli abitanti di Atenco, nel Messico, o gli indigeni mapuches del Cile, o gli kekchíes del Guatemala, o i contadini senza terra del Brasile, tutti accusati di terrorismo per aver difeso il loro diritto alla terra? Se la terra è sacra, anche se la legge non lo dice, non sono forse sacri pure coloro che la difendono?
Secondo la rivista Foreign Policy, la Somalia è il posto più pericoloso di tutti. Ma chi sono i pirati? I morti di fame che assaltano le navi, o gli speculatori di Wall Street, che da anni assaltano il mondo e adesso ricevono ricompense multimilionarie per le loro fatiche?
Perché mai il mondo premia coloro che lo spogliano?
Perché mai la giustizia è cieca da un occhio solo?
Walmart, l'impresa più potente di tutte, proibisce i sindacati.
MacDonald's pure.
Perché mai queste imprese violano, con delinquente impunità, la legge internazionale? Sarà forse perché nel mondo di oggigiorno il lavoro vale meno della spazzatura, e ancora meno valgono i diritti dei lavoratori?
Chi sono i giusti, e chi sono gli ingiusti?
Gli intoccabili delle cinque potenze
Se la giustizia internazionale esiste davvero, perché non giudica mai i potenti? Non sono in prigione gli autori delle stragi più feroci. Sarà forse perché sono loro ad avere le chiavi delle prigioni?
Perché mai sono intoccabili le cinque potenze che hanno il diritto di veto alle Nazioni Unite?
Quel diritto ha forse un'origine divina? Vegliano forse sulla pace coloro che fanno gli affari della guerra? È forse giusto che la pace mondiale dipenda dalle cinque potenze che sono le principali produttrici di armi? Senza disprezzare i narcotrafficanti, non è anche questo un caso di «crimine organizzato»?
Ma non pretendono il castigo contro i padroni del mondo le grida di coloro che, dappertutto, chiedono la pena di morte. Ci mancherebbe altro. Le grida gridano contro gli assassini che usano il coltello, non contro quelli che usano missili.
E io mi domando: giacché quei giustizieri hanno una voglia matta di uccidere, perché mai non chiedono la pena di morte contro l'ingiustizia sociale? È forse giusto un mondo che ogni minuto destina tre milioni di dollari alle spese militari, mentre ogni minuto muoiono quindici bambini per fame o malattia curabile? Contro chi si arma, fino ai denti, la cosiddetta comunità internazionale? Contro la povertà o contro i poveri?
Il crimine della pubblicità
Perché mai i fervidi sostenitori della pena capitale non chiedono la pena di morte contro i valori della società dei consumi, che quotidianamente attenta contro la pubblica sicurezza? O non invita forse al crimine il bombardamento della pubblicità che stordisce milioni e milioni di giovani disoccupati, o mal pagati, ripetendogli giorno e notte che essere è avere, avere un'automobile, avere scarpe di marca, avere, avere, e che chi non ha non è?
E perché mai non si stabilisce la pena di morte contro la morte? Il mondo è organizzato al servizio della morte. O non fabbrica forse morte l'industria militare, che divora la maggior parte delle nostre risorse e buona parte delle nostre energie? I padroni del mondo condannano la violenza solo quando la esercitano altri. E questo monopolio della violenza si traduce in un fatto inspiegabile per gli extraterrestri, e anche insopportabile per noi terrestri che, contro ogni certezza, vogliamo ancora sopravvivere: noi uomini siamo gli unici animali specializzati nello sterminio reciproco, e abbiamo sviluppato una tecnologia della distruzione che, en passant, sta distruggendo il pianeta e tutti i suoi abitanti.
I dittatori della paura
Quella tecnologia si alimenta di paura. È la paura che fabbrica i nemici che giustificano lo spreco militare e poliziesco. E già che ci siamo con la pena di morte, perché mai non condanniamo a morte la paura? Non sarebbe forse sano farla finita con questa dittatura universale degli spaventatori professionali? Coloro che seminano il panico ci condannano alla solitudine, ci proibiscono la solidarietà: si salvi chi può, schiacciatevi reciprocamente, il prossimo è sempre un pericolo in agguato, occhio, fa' molta attenzione, questo ti ruberà, quello ti violenterà, quella carrozzina nasconde una bomba musulmana e se quella donna ti guarda, quella vicina dall'aspetto innocente, di sicuro ti attacca la peste suina.
Nel mondo alla rovescia, fanno paura anche i più elementari atti di giustizia e il buon senso.
L'ordine razzista tradizionale
Quando il presidente Evo Morales iniziò la rifondazione della Bolivia, perché questo paese di maggioranza indigena smettesse di avere vergogna di guardarsi allo specchio, provocò il panico. Questa sfida era catastrofica dal punto di vista dell'ordine razzista tradizionale, che diceva di essere l'unico ordine possibile: Evo portava con sé il caos e la violenza, e per colpa sua l'unità nazionale sarebbe esplosa in mille pezzi. E quando il presidente dell'Ecuador Rafael Correa annunciò che si rifiutava di pagare i debiti non pertinenti, la notizia diffuse il panico nel mondo finanziario e l'Ecuador venne minacciato di castighi terribili per aver dato un esempio così cattivo. Se le dittature militari e i politici ladri sono stati sempre coccolati dalla Banca Mondiale, non ci siamo forse ormai abituati ad accettare come fatalità del destino che il popolo paghi il bastone che lo colpisce e l'avidità che lo saccheggia?
Ma non sarà che il buon sen so e la giustizia hanno divorziato per sempre?
Ma non erano forse nati per camminare insieme, vicini vicini, il buon senso e la giustizia?
Non è forse giusta e di buon senso quella frase delle femministe per cui se noi maschi rimanessimo incinta, l'aborto sarebbe libero? Perché mai non si legalizza il diritto all'aborto? Sarà forse perché allora smetterebbe di essere il privilegio delle donne che possono pagarlo e dei medici che possono farlo pagare?
Perché non si legalizza la droga?
La stessa cosa accade con un altro scandaloso caso di negazione della giustizia e del buon senso: Perché mai non si legalizza la droga? Non è forse, come l'aborto, un tema di salute pubblica? E il paese con più drogati che razza di autorità morale possiede per condannare coloro che riforniscono la sua domanda? E perché i grandi mezzi di comunicazione, così consacrati alla guerra contro il flagello della droga, non dicono mai che proviene dall'Afganistan quasi tutta l'eroina che si consuma al mondo? Chi governa in Afganistan? Non è forse quello un paese militarmente occupato dal messianico paese che si attribuisce la missione di salvarci tutti?
Perché mai non si legalizzano le droghe una volta per tutte? Non sarà forse perché forniscono il pretesto migliore per le invasioni militari, oltre a fornire i guadagni più succulenti alle grandi banche che di notte lavorano come lavanderie?
Adesso il mondo è triste perché si vendono meno auto. Una delle conseguenze della crisi mondiale è la caduta della prospera industria dell'automobile. Se avessimo qualche briciola di buon senso, e un pochettino di senso della giustizia non dovremmo forse celebrare quella buona notizia? La diminuzione delle automobili non è forse una buona notizia, dal punto di vista della natura, che sarà un po' meno avvelenata, e da quello dei pedoni che moriranno un pochino meno?
Ma la Storia non finisce
Secondo Lewis Carroll, la Regina spiegò ad Alice come funziona la giustizia nel paese delle meraviglie:
È là - disse la Regina-. È rinchiuso in prigione, scontando la sua condanna; ma il processo non inizierà fino a mercoledì prossimo. E, naturalmente, il crimine sarà commesso alla fine.
Nel Salvador, l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero constatò che la giustizia, come il serpente, morde solo gli scalzi. Lui morì a colpi d'arma da fuoco, per aver denunciato che nel suo paese gli scalzi nascevano condannati in partenza, colpevoli di esser nati. Il risultato delle recenti elezioni nel Salvador non è forse in qualche modo un omaggio? Un omaggio all'arcivescovo Romero e alle migliaia che, come lui, morirono lottando per una giustizia giusta nel regno dell'ingiustizia?
A volte finiscono male le storie della Storia; ma lei, la Storia, non finisce.
Quando dice addio, dice arrivederci.
traduzione Marcella Trambaioli
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http://www.pagina12.com.ar/diario/contratapa/13-124547-2009-05-08.html

Disculpen la molestia

Por Eduardo Galeano
Quiero compartir algunas preguntas, moscas que me zumban en la cabeza.
¿Es justa la justicia? ¿Está parada sobre sus pies la justicia del mundo al revés?
El zapatista de Irak, el que arrojó los zapatazos contra Bush, fue condenado a tres años de cárcel. ¿No merecía, más bien, una condecoración?
¿Quién es el terrorista? ¿El zapatista o el zapateado? ¿No es culpable de terrorismo el serial killer que mintiendo inventó la guerra de Irak, asesinó a un gentío y legalizó la tortura y mandó aplicarla?
¿Son culpables los pobladores de Atenco, en México, o los indígenas mapuches de Chile, o los kekchíes de Guatemala, o los campesinos sin tierra de Brasil, acusados todos de terrorismo por defender su derecho a la tierra? Si sagrada es la tierra, aunque la ley no lo diga, ¿no son sagrados, también, quienes la defienden?
Según la revista Foreign Policy, Somalia es el lugar más peligroso de todos. Pero, ¿quiénes son los piratas? ¿Los muertos de hambre que asaltan barcos o los especuladores de Wall Street, que llevan años asaltando el mundo y ahora reciben multimillonarias recompensas por sus afanes?
¿Por qué el mundo premia a quienes lo desvalijan?
¿Por qué la justicia es ciega de un solo ojo? Wal Mart, la empresa más poderosa de todas, prohíbe los sindicatos. McDonald’s, también. ¿Por qué estas empresas violan, con delincuente impunidad, la ley internacional? ¿Será porque en el mundo de nuestro tiempo el trabajo vale menos que la basura y menos todavía valen los derechos de los trabajadores?
¿Quiénes son los justos y quiénes los injustos? Si la justicia internacional de veras existe, ¿por qué nunca juzga a los poderosos? No van presos los autores de las más feroces carnicerías. ¿Será porque son ellos quienes tienen las llaves de las cárceles?
¿Por qué son intocables las cinco potencias que tienen derecho de veto en las Naciones Unidas? ¿Ese derecho tiene origen divino? ¿Velan por la paz los que hacen el negocio de la guerra? ¿Es justo que la paz mundial esté a cargo de las cinco potencias que son las principales productoras de armas? Sin despreciar a los narcotraficantes, ¿no es éste también un caso de “crimen organizado”?
Pero no demandan castigo contra los amos del mundo los clamores de quienes exigen, en todas partes, la pena de muerte. Faltaba más. Los clamores claman contra los asesinos que usan navajas, no contra los que usan misiles.
Y uno se pregunta: ya que esos justicieros están tan locos de ganas de matar, ¿por qué no exigen la pena de muerte contra la injusticia social? ¿Es justo un mundo que cada minuto destina tres millones de dólares a los gastos militares, mientras cada minuto mueren quince niños por hambre o enfermedad curable? ¿Contra quién se arma, hasta los dientes, la llamada comunidad internacional? ¿Contra la pobreza o contra los pobres?
¿Por qué los fervorosos de la pena capital no exigen la pena de muerte contra los valores de la sociedad de consumo, que cotidianamente atentan contra la seguridad pública? ¿O acaso no invita al crimen el bombardeo de la publicidad que aturde a millones y millones de jóvenes desempleados, o mal pagados, repitiéndoles noche y día que ser es tener, tener un automóvil, tener zapatos de marca, tener, tener, y quien no tiene, no es?
¿Y por qué no se implanta la pena de muerte contra la muerte? El mundo está organizado al servicio de la muerte. ¿O no fabrica muerte la industria militar, que devora la mayor parte de nuestros recursos y buena parte de nuestras energías? Los amos del mundo sólo condenan la violencia cuando la ejercen otros. Y este monopolio de la violencia se traduce en un hecho inexplicable para los extraterrestres, y también insoportable para los terrestres que todavía queremos, contra toda evidencia, sobrevivir: los humanos somos los únicos animales especializados en el exterminio mutuo, y hemos desarrollado una tecnología de la destrucción que está aniquilando, de paso, al planeta y a todos sus habitantes.
Esa tecnología se alimenta del miedo. Es el miedo quien fabrica los enemigos que justifican el derroche militar y policial. Y en tren de implantar la pena de muerte, ¿qué tal si condenamos a muerte al miedo? ¿No sería sano acabar con esta dictadura universal de los asustadores profesionales? Los sembradores de pánicos nos condenan a la soledad, nos prohíben la solidaridad: sálvese quien pueda, aplastaos los unos a los otros, el prójimo es siempre un peligro que acecha, ojo, mucho cuidado, éste te robará, aquél te violará, ese cochecito de bebé esconde una bomba musulmana y si esa mujer te mira, esa vecina de aspecto inocente, es seguro que te contagia la peste porcina.
En el mundo al revés, dan miedo hasta los más elementales actos de justicia y sentido común. Cuando el presidente Evo Morales inició la refundación de Bolivia, para que este país de mayoría indígena dejara de tener vergüenza de mirarse al espejo, provocó pánico. Este desafío era catastrófico desde el punto de vista del orden racista tradicional, que decía ser el único orden posible: Evo era, traía el caos y la violencia, y por su culpa la unidad nacional iba a estallar, rota en pedazos. Y cuando el presidente ecuatoriano Correa anunció que se negaba a pagar las deudas no legítimas, la noticia produjo terror en el mundo financiero y el Ecuador fue amenazado con terribles castigos, por estar dando tan mal ejemplo. Si las dictaduras militares y los políticos ladrones han sido siempre mimados por la banca internacional, ¿no nos hemos acostumbrado ya a aceptar como fatalidad del destino que el pueblo pague el garrote que lo golpea y la codicia que lo saquea?
Pero, ¿será que han sido divorciados para siempre jamás el sentido común y la justicia?
¿No nacieron para caminar juntos, bien pegaditos, el sentido común y la justicia?
¿No es de sentido común, y también de justicia, ese lema de las feministas que dicen que si nosotros, los machos, quedáramos embarazados, el aborto sería libre? ¿Por qué no se legaliza el derecho al aborto? ¿Será porque entonces dejaría de ser el privilegio de las mujeres que pueden pagarlo y de los médicos que pueden cobrarlo?
Lo mismo ocurre con otro escandaloso caso de negación de la justicia y el sentido común: ¿por qué no se legaliza la droga? ¿Acaso no es, como el aborto, un tema de salud pública? Y el país que más drogadictos contiene, ¿qué autoridad moral tiene para condenar a quienes abastecen su demanda? ¿Y por qué los grandes medios de comunicación, tan consagrados a la guerra contra el flagelo de la droga, jamás dicen que proviene de Afganistán casi toda la heroína que se consume en el mundo? ¿Quién manda en Afganistán? ¿No es ese un país militarmente ocupado por el mesiánico país que se atribuye la misión de salvarnos a todos?
¿Por qué no se legalizan las drogas de una buena vez? ¿No será porque brindan el mejor pretexto para las invasiones militares, además de brindar las más jugosas ganancias a los grandes bancos que en las noches trabajan como lavanderías?
Ahora el mundo está triste porque se venden menos autos. Una de las consecuencias de la crisis mundial es la caída de la próspera industria del automóvil. Si tuviéramos algún resto de sentido común, y alguito de sentido de la justicia ¿no tendríamos que celebrar esa buena noticia? ¿O acaso la disminución de los automóviles no es una buena noticia, desde el punto de vista de la naturaleza, que estará un poquito menos envenenada, y de los peatones, que morirán un poquito menos?
Según Lewis Carroll, la Reina explicó a Alicia cómo funciona la justicia en el país de las maravillas:
–Ahí lo tienes –dijo la Reina–. Está encerrado en la cárcel, cumpliendo su condena; pero el juicio no empezará hasta el próximo miércoles. Y por supuesto, el crimen será cometido al final.
En El Salvador, el arzobispo Oscar Arnulfo Romero comprobó que la justicia, como la serpiente, sólo muerde a los descalzos. El murió a balazos, por denunciar que en su país los descalzos nacían de antemano condenados, por delito de nacimiento.
El resultado de las recientes elecciones en El Salvador, ¿no es de alguna manera un homenaje? ¿Un homenaje al arzobispo Romero y a los miles que como él murieron luchando por una justicia justa en el reino de la injusticia?
A veces terminan mal las historias de la Historia; pero ella, la Historia, no termina. Cuando dice adiós, dice hasta luego.

7 maggio 2009

Dibattito Yoani Sánchez

Riporto l'editoriale di Gianni Minà contro quella che lui definisce la "bloggera di moda" Yoani Sánchez, nonché la risposta di Gordiano Lupi, infine il mio contributo a che si accenda un dibattito democratico e pulito sulla questione, che non farebbe altro che bene anche alla salute della nostra "sinistra". E non solo:
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Le dimenticanze della bloggera di moda, Yoani Sánchez
Scritto da Gianni Minà
Non tanto per l’informazione a Cuba, ma per la disinformazione che regna in Italia, mi ha colpito il candore di un lettore del mio sito che giudica il lavoro di Yoani Sánchez, “la bloggera che sfida Castro”, scevro da ideologie o interessi poltici.
Basterebbe, infatti, la propaganda che le viene fatta nel nostro paese per capire la portata dell’operazione che è stata messa su.
C’è un intero continente con tutti i nuovi presidenti finalmente presentabili dell’America latina che non solo chiede agli Stati Uniti la cancellazione dell’embargo, ma si sta battendo anche per il rientro di Cuba in tutti gli organismi dai quali l’isola era stata prepotentemente esclusa per volere proprio degli Stati uniti.
Questi presidenti, da Lula a Chávez, a Evo Morales, a Correa, ma anche dall’argentina Kirchner alla cilena Bachelet, o all’ex vescovo Lugo, sanno perfettamente che Cuba ha raggiunto in questi anni standard d’eccellenza nell’educazione, nella sanità, nella protezione sociale, nella cultura, nello sport, che questi premiers ancora sognano per i loro paesi, pur essendo più ricchi e non feriti da un blocco economico insensato e ingiusto.
I ragazzi cubani che Yoani Sánchez sostiene vivono solo privazioni sanno perfettamente, infatti, che queste conquiste sociali rendono Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente.
Yoani Sánchez, nei suoi articoli, fa finta di non saperlo.
Forse è per ribattere questo tipo di dimenticanze che ho attraversato recentemente l’isola, da l’Avana a Guantanamo, con una mia troupe per realizzare un documentario non banale sulla Revolución nell’era di Obama, ed ho scoperto che non solo la Sánchez è pressocché sconosciuta, ma perfino i tanti ragazzi latinoamericani e non che studiano a Cuba (perché nei loro paesi non potrebbero farlo) alla Scuola di medicina latinoamericana o alla Scuola d’arte di Bayamo, come alla Scuola di cinema, o nella stessa Università di Stato, non capiscono che cosa vorrebbe dimostrare questa bloggera di cui io spiegavo l’esistenza e la risonanza in Italia.
Per anni io ho sentito parlare, per esempio, da parte dei radicali italiani e di quella parte di “eredi” del nostro PC ora pentiti, di “dissidenti” come per esempio l’associazione delle “Donne in bianco”. Bene, recentemente si è saputo che la leader di questo gruppo di opposizione alla Rivoluzione, Martha Beatriz Roque, prendeva una ricca prebenda mensile da Santiago Alvarez, un terrorista al servizio della parte più retriva degli anticastristi di Miami, recentemente arrestato e condannato a quasi quattro anni (poi ridotti a due anni e mezzo) perché scoperto con una macchina piena di esplosivo che, a suo dire, doveva servire per alcuni attentati nell’isola.
Poiché Santiago Alvarez era in carcere, nei mesi in cui era ancora presidente Bush Jr, i soldi si è offerto di anticiparli il capo dell’ufficio di interessi del governo degli Stati uniti a l’Avana, Michael Parmly.
Non mi sono sorpreso perché ogni anno della sua presidenza Bush ha stanziato milioni di dollari per “un cambio rapido e drastico a Cuba” (140 milioni nel 2007, 45, data la crisi economica, nel 2008).
Molti di questi soldi venivano rubati dalle presunte organizzazioni per la democrazia a Cuba (come ha scoperto Barack Obama ordinando un’indagine), ma evidentemente buona parte è servita per “ungere” chi poteva creare malessere nella società cubana, certo non perfetta e ancora non libera da contraddizioni.
Non siamo più nell’epoca in cui veniva messa in piedi contro la Rivoluzione, come nel 2003, una vera e propria “strategia della tensione” con dirottamenti di aerei e sequestri del ferry boat di Regla, ma c’è ancora uno sforzo palese per controbattere il vento di simpatia, nei riguardi di Cuba, che attualmente spira nel continente latinoamericano e anche nella parte progressista degli Stati uniti.
Dispiace che tutto questo non lo abbia considerato anche L’Unità che, avendo fra i collaboratori un grande conoscitore delle nazioni a Sud del Texas come Maurizio Chierici, questa realtà la avrebbe potuta approfondire facilmente anche se, erroneamente, il giornale cita spesso Freedom House, un’agenzia sovvenzionata dai governi di Washington, come riferimento indiscutibile per dare le pagelle sulla libertà di stampa. E lo fa perfino con paesi, in questo settore più che carenti, come il Messico e la Colombia.
Perché se a Cuba c’è la bloggera, in Messico o in Colombia, nazioni allineate sulle vecchie poltiche degli Stati uniti e dei farisei europei, l’eliminazione dei giornalisti non graditi ai regimi di Uribe e di Calderon che li governano, è uno sport ancora molto praticato e che, ogni anno, fa registrare una trentina di cronisti ammazzati (record mondiale).
A loro mai nessuno, però, ha chiesto di tenere una rubrica su Internazionale.

***
GIANNI MINÀ ATTACCA YOANI SÁNCHEZ
Il regime cubano corre ai ripari e mette in campo la stampa amica
La verità comincia a far paura…

Gianni Minà affronta il fenomeno Yoani Sánchez, rompendo un silenzio che dura da due anni, per definirla con tono sprezzante una blogger di moda. Fino a questo momento si era limitato a ignorarla, ma visto che anche Fidel Castro ha dovuto ammetterne l’esistenza per controbattere i racconti-verità, anche il più fedele sostenitore della dittatura comunista si è sentito in dovere di scendere in campo.
Niente di nuovo sotto il sole. Le opinioni di Minà riguardo alle critiche su un regime liberticida sono come le prese di posizione di Emilio Fede nei confronti di Silvio Berlusconi. Veline di partito, statistiche ufficiali, frasi fatte, retorica come se piovesse e una spruzzatina di illazioni maligne per far capire che non c’è niente di sincero, che il fenomeno Yoani Sánchez è costruito da qualcuno che si trova molto in alto.
Forse la giovane blogger comincia a dare fastidio, dopo l’uscita di Cuba libre – Scrivere e vivere all’Avana edito da Rizzoli. Il libro sta andando bene, è tra i più venduti in Italia nella categoria non fiction di autori stranieri. Gianni Minà critica la scrittrice cubana, ma non scende sul piano dei contenuti letterari e dei racconti di vita quotidiana. Prende come pretesto una lettera di un frequentatore del suo blog (che non ammette commenti, al contrario di Generación Y), afferma che non è vero che il lavoro di Yoani Sánchez, “la bloggera che sfida Castro”, sia scevro da ideologie o interessi politici. Parla di propaganda che le viene fatta nel nostro paese e di un’operazione mediatica orchestrata ad arte. Niente di più assurdo.
Yoani Sánchez gestisce da due anni un blog frequentatissimo nel quale - per la prima volta dai tempi di Heberto Padilla (Minà conosce Fuori dal gioco? Suppongo di no) - si parla di Cuba senza ideologie, raccontando il quotidiano e le difficoltà di sopravvivere in un mondo privo di libertà e di speranze per il futuro. Gianni Minà pare non capirlo e recita a memoria un vecchio copione fatto di frasi fatte, prelevato di peso dalle colonne del Granma o dai notiziari di Cubavision, parla di un continente che chiede la cancellazione dell’embargo, di presidenti presentabili come Lula, Chávez, Evo Morales, Correa… racconta di record cubani nell’educazione, nella sanità, nella protezione sociale, nella cultura, nello sport, di un blocco economico insensato e ingiusto...
Yoani Sánchez è la prima a chiedere la cancellazione dell’embargo, ma sa bene che il blocco economico USA non è il solo problema della sua terra, ma soltanto uno dei problemi. Ben altre sono le cose che vorrebbero i giovani cubani, strani oggetti chiamati libertà di parola, di movimento, di stampa, di espressione del pensiero, persino libertà economica, certo, senza timore di dire una bestemmia. I ragazzi cubani vorrebbero la fine di un assurdo sistema monetario, che vede stipendi pagati in pesos e beni di prima necessità acquistati con una finta moneta (il peso convertibile) parificata al dollaro.
I ragazzi cubani vivono solo privazioni e il primo a saperlo è proprio Minà, solo che non può dirlo. In compenso racconta la favola di una Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente.
I cubani sono liberi di fare cosa? Forse di ubbidire, di sfilare in massa il primo maggio, durante una messa in scena grandiosa in piazza della Rivoluzione, di fare la fila per una malanga, di chiedere il permesso di uscita dal paese e di vederselo negare, di fuggire a bordo di una zattera, di sposare uno straniero per guadagnare la libertà…
Gianni Minà afferma che la Sánchez è sconosciuta a Cuba. Certo che è così. Forse Minà non sa che a Cuba manca la libera informazione? Chi dovrebbe parlare di Yoani Sánchez in una realtà dominata da un quotidiano unico nazionale e da una televisione di partito? Gianni Minà crede forse che a Cuba si possa leggere il blog di Yoani Sánchez? Si informi, allora, prima di dire cose avventate e di andare a girare un documentario sulla rivoluzione alloggiando nelle segrete stanze del potere e parlando non con veri cubani, ma con persone addomesticate dal regime. A Cuba, tanto per fare qualche esempio, non sono noti neppure Reinaldo Arenas, Cabrera Infante, Zoé Valdés, Pedro Juan Gutierrez e Abilio Estévez, ma restano grandi scrittori cubani, apprezzati in tutto il mondo libero ma non nella loro patria.
Gianni Minà prosegue con la solita storia dei dissidenti finanziati dalla CIA e in combutta con i terroristi internazionali. Racconta di una presidenza Bush che ha stanziato milioni di dollari per “un cambio rapido e drastico a Cuba” (140 milioni nel 2007, 45, data la crisi economica, nel 2008). Aggiunge che molti di questi soldi venivano rubati dalle presunte organizzazioni per la democrazia a Cuba, ma evidentemente buona parte è servita per “ungere” chi poteva creare malessere nella società cubana… Ci vuol far credere a una vera e propria “strategia della tensione” avvenuta nel 2003 con dirottamenti di aerei e sequestri del ferry boat di Regla… (erano disperati che scappavano, Minà, non terroristi). Parla di uno sforzo palese per controbattere il vento di simpatia, nei riguardi di Cuba, che attualmente spira nel continente latinoamericano e anche nella parte progressista degli Stati Uniti.
Non è possibile permettere simili illazioni senza replicare con forza.
Tra le righe si legge l’accusa che Yoani sarebbe una creatura costruita da qualcuno che manovra nell’ombra contro il regime cubano. Non si permetta tanto, egregio Minà. Traduco il blog di Yoani da quando nessuno la conosceva, credo in lei da sempre, sono tra le persone che ha voluto l’edizione del suo libro per un grande editore italiano. So con certezza che tutto è nato spontaneamente, per dare vita alle voci della strada, per far parlare la Cuba nascosta, in un vero e proprio esorcismo personale, che permette a una giovane blogger di impersonare la protesta silenziosa e senza colore politico che corre lungo le strade dell’Isola. Il mio lavoro di traduzione è da sempre puro volontariato al servizio della verità e del popolo cubano che ha finalmente trovato il suo interprete. Non ci sono soldi della CIA, egregio Minà. Per favore la faccia finita con questa tiritera che ha stancato tutti. Non servono soldi per raccontare la verità, servono soltanto gli attributi che questa ragazzina dimostra di possedere.
Yoani Sánchez descrive con realismo la Cuba contemporanea, dalla parte del cittadino che giorno dopo giorno è costretto a inventare il modo per sopravvivere. I suoi brevi racconti sono dei bozzetti a metà strada tra la metafora e il realismo più crudo, immersi nella vita quotidiana delle due anime di Cuba, ricchi di riferimenti a scrittori del passato dimenticati dalla cultura ufficiale, come Padilla, Cabrera Infante, Arenas e Lima. Yoani sogna una Cuba trasformata in un luogo dove ci si possa fermare a un angolo e gridare: “In questo paese non c’è libertà di espressione!”. Perché vorrebbe dire che le cose sono cambiate e si può cominciare a pronunciare la parola libertà. Si dichiara disponibile a scambiare gli alimenti somministrati con la tessera del razionamento alimentare per una cucchiaiata di diritti civili, una libbra di libertà di movimento e due once di libera iniziativa economica. Percorre le strade di due città diverse, quella dei membri del partito, dei generali, dei dirigenti di Stato e quella della povera gente che vive nella desolazione dei quartieri periferici, nelle casupole cadenti e nei rifugi costruiti per i senza tetto. Vive un’utopia che non è più la sua e non vorrebbe lasciarla in dote ai suoi figli, analizza le contraddizioni di chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena ma sogna vestiti di marca e profumi. Assiste alle fughe di personaggi famosi e di semplici cittadini esasperati, critica il governo per le promesse disattese, ricorda il passato e analizza lo stato deplorevole della cultura di regime. Yoani si scaglia contro il doppio sistema monetario e narra la realtà del mercato nero, unica fonte di sostentamento, perché la maggioranza dei cubani vive di ciò che i venditori informali portano nelle loro case.
Tutto questo è davvero rivoluzionario. Altro che la retorica di regime!
Il grande giornalista amico di Fidel bacchetta pure L’Unità, rea di aver concesso troppa attenzione a Yoani Sánchez e perché cita spesso Freedom House, un’agenzia sovvenzionata dai governi di Washington, come riferimento indiscutibile per dare le pagelle sulla libertà di stampa. Dulcis in fundo pure Internazionale – nota rivista di destra con simpatie liberticide – finisce nel mirino del grande Minà. Il peccato di Internazionale sta nell’aver affidato alla Sánchez una rubrica fissa dove racconta la Cuba quotidiana.
Siamo alle solite. Il regime cubano mette in campo tutte le sue forze per controbattere il tentativo di raccontare il vero volto di Cuba, al di là dei giochi politici e della retorica di regime. Lasciatemi dire che preferisco la spontaneità di una piccola blogger come Yoani a un presidente presentabile come Chávez. A ognuno i suoi miti.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
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Caro Gianni,
ti seguo e ammiro da anni, per questo mi sento legittimato a “rintuzzare” il tuo editoriale Le dimenticanze della bloggera di moda, Yoani Sánchez. Fermo restando il fatto che non conosco personalmente Yoani (se non per una sua stringata risposta a una mia email), ma conosco – virtualmente – il suo traduttore italiano Gordiano Lupi (www.infol.it/lupi), da sostenitore della Revolución cubana e soprattutto degli ideali del Che, ho comunque voluto affrontare alcuni testi di quella che tu definisci “bloggera di moda” assieme ai partecipanti del Grupo de Lectura en Español presso la Biblioteca Berio di Genova (http://blog.libero.it/GrupodeLectura/), coordinato dalla mia compagna, un’immigrata ecuatoriana, pure lei izquierdista e attiva sostenitrice del Correa che tu indichi tra i “presidenti presentabili”.
Inoltre, ho dibattuto sul fenomeno Yoani Sánchez con i miei alunni – sono insegnante di Lettere precario in procinto di essere tagliato dalla Gelmini pur dopo 13 anni di carriera, per questo anche molto attivo a livello sindacale-politico contro il “nostro” governo – e lo farò ancora, approfittando del tuo testo e della risposta che ti destina proprio Gordiano Lupi, a cui spero vorrai replicare.
Lo spero perché, vedi caro Gianni, penso che il Che lo farebbe!
Penso che il Che eviterebbe di schermarsi dietro vecchi stereotipi e eterne omissioni e affronterebbe il tema democrazia e libertà di espressione a Cuba in prima persona, esponendosi senza “protezioni” varie.
Per questo suo costume e modo di agire è stato assassinato.
Una mia cara amica brasileira, Maria Dirlene Trindade Marques, docente di Economia presso la UFMG di Belo Horizonte e soprattutto coordinatrice della locale cellula del FSM, il FSMMG, appunto, qualche tempo fa mi ha inviato una relazione di un suo recente viaggio a Cuba con le Brigate della Solidarietà, che enfatizza le conquiste sociali che pure tu enfatizzi nell’isola grazie alla Revolución. Ebbene, avevo già mandato a te questo testo – e non so che uso ne abbiate fatto – l’ho mandato pure a Gordiano, che, pur non condividendone tanti aspetti, l’ha pubblicato sul sito italiano di Generación Y.
Questo si chiama dibattito democratico. Che spero tu voglia accettare. Altrimenti rischi di passare per l’Emilio Fede di Castro, come ti chiama Gordiano.
E non credo ti piaccia.
Sperando di non essere considerato ingenuo come il tuo altro lettore che citi, ti auguro comunque buon Lavoro!
Roberto Marras